Fondazione Corrado Alvaro, il TAR annulla il commissariamento: bocciata la decisione della Prefettura
SAN LUCA – Il Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria ha annullato il provvedimento con cui...

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Massimo Cacciari tra «padri, figli, eredi»
«Che cos’è il totem? Di solito un animale, un animale commestibile, innocuo o pericoloso e temuto; oppure, più raramente, una pianta o un elemento naturale (pioggia, acqua) legato a tutto il clan da un rapporto particolare. Il totem in primo luogo è il capostipite del clan, ma ne è anche lo spirito tutelare» scrive Sigmund Freud, nientemeno parlando dell’incesto, nel suo saggio del 1912-13 Totel e tabù. Alcune concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici. Né selvaggio, ma re, né nevrotico, ma direttamente folle, Lear – in questo saggio di Massimo Cacciari intitolato Re Lear. Padri, figli, eredi (Edizioni saletta dell’Uva, Caserta, 2015) – si presenta come abitato dalla «contraddizione insanabile tra desiderio di essere amato e libido dominandi, ma di un dominare che preferirebbe essere pura auctoritas». Non del tutto semplice condimento, come il ragù, in Lear l’autorevolezza ha divorziato dalla pura forza, il potere dal suo esercizio, il soggetto dal fondamento. Scrive Salvatore Natoli, in un densissimo saggio, guarda un po’, che reca come titolo Soggetto e fondamento. Studi su Aristotele e Cartesio che «la legalità del soggetto corrisponde, in senso pieno, alla postulazione del suo fondamento». E fin qui, anche Shakespeare, nella tragedia in cinque atti del 1605-6 Re Lear, avrebbe potuto dare ragione al bravissimo Cacciari (capace, in questa occasione, di una precisione chirurgica e di una capacità di sintesi notevole). Infatti, per il filosofo di Venezia: «Lear combatte impotente le potenze dell’epoca. Ma è in questa sua impotenza che esse si riflettono manifestando il proprio lato più oscuro: il regnare si è fatto funzione amministrativa pro tempore». A parte che Shakespeare non l’avrebbe mai fatto (come diceva Charles Bukowski), conta, anche, che il Gran Bardo non avrebbe, di certo, mai sottoscritto ciò che dice Cacciari di noi; «siamo disposti ad accogliere solo eredità che non impegnano». Le tre figlie di Re Lear, Goneril, Regan e Cordelia, ricevono un’eredità che le «impegna»; e precisamente, le «impegna» nel «lutto». Tragedia non solo per questo, il Re Lear è sì la storia di un eredità nonché di «una realtà a brandelli, fatta solo di frammenti corrosi», ma è anche una storia d’amore – o, comunque, una storia all’interno della quale qualcuno «comanda l’amore». Lear spezza il suo regno. Vuole diventare un totem; un puro «spirito di potere». Divide il potere dall’esercizio del potere e pretende che nel suo stesso corpo (il totem, appunto) si possa realizzare quell’unione che l’atto della cesura ha frantumato per sempre. In sostanza, il sovrano spezza una relazione e crea due soggetti; due soggetti senza più alcun fondamento. La visione e l’amministrazione. La visione che è tipica, per venire a oggi, dei partiti facenti parte dell’opposizione – nel loro rimprovero alla maggioranza di non possederla. E l’amministrazione, che chi governa dovrebbe coniugare, sempre, a una certa visione. Qualcosa si è definitamente spezzato e sta a Cordelia raccogliere questa eredità. L’esercizio del potere è sì un condimento, ma il ragù non è buono se non c’è la carne – anzi, non è nemmeno fattibile. All’interno di questa «follia», Lear «concede» (si fa per dire) la propria eredità alle due figlie Goneril e Regan e trova nell’ultima, Cordelia, una resistenza. «E’ Cordelia a imporre l’aut-aut: vuoi amore? Allora non voler potere». Massimo Cacciari dice (finalmente) la verità a pagina 65: «poter essere eredi comporta, invece, provare angoscia per una condizione di sradicatezza e abbandono, e insieme porsi sulla povertà di un tale “fondamento”, all’ascolto interrogante del “come fu”, per cogliere di esso quelle voci e quei simboli che riconosciamo come fili essenziali della trama del nostro esserci». In questo «inarrestabile flusso di disordinati mutamenti» e di «de-liranti incomprensioni e fraintendimenti, de-lirante concatenmarsi di azioni e reazioni», per il filosofo di Venezia rimane tacito l’assunto che sovranità e potere non sono la stessa cosa. Che politica e rappresentanza (ovvero, esercizio del potere) non vanno più a braccetto. Che diritto e forza (vedi Donald Trump), combattono fra loro. Che subordinazione ed egemonia, da destra a sinistra, hanno assunto la forma di una classe dirigente del tutto inadeguata. Che, infine, potere e autorità, ma anche autorità e autorevolezza, sono forze che, ormai, non riescono più a cogliere l’«angoscia di fronte alle condizioni del saeculum». Cosa resta dell’eredità di Re Lear? Solo autorità senza autorevolezza. Un gioco di specchi, niente più. Chiamatelo, neoliberismo.
