Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

Operazione Shylock e tanto altro
«Appena mezzo secolo ci separa da quello che Hitler ha distrutto» scrive Philip Roth in questo mirabolante Operazione Shylock (Una confessione, Prefazione di Emmanuel Carrère, Traduzione di Ottavio Fatica, Adelphi, Milano, 2026). Ripubblicato adesso – il libro è del 1993 -, tutto questo spettacolare profluvio di parole (in verità, è onesto dirlo, in alcuni casi davvero troppe), assume un senso decisivo. La storia è quella di un prisma che riflette diversi «diasporismi», per giungere a una «sincronicità» nella quale lo «strappo» – fra letteratura e vita» – si unifica nella scelta del lettore di interpetrare (o non interpetrare) il testo. Detto così, l’intero romanzo di Philip Roth apparirebbe, in verità, alquanto oscuro. Vediamo di illuminare tale oscurità. Ceci n’est pas une pipe scrive, sotto una pipa, René Magritte, all’interno dell’opera pittorica La Trahison des images del 1929. Dunque, se questa non è una pipa ma un romanzo, fin dall’inizio ci troviamo di fronte alla schizofrenia. Philip Roth si moltiplica in un altro Philip Roth. Jaques Derrida, ne La disseminazione, ha spiegato che «la disseminazione, apre, senza fine, questo strappo della scrittura che non si lascia più ricucire, il luogo in cui né il senso, fosse anche plurale, né alcuna altra forma di presenza aggancia più la traccia. La disseminazione tratta – sul lettino – il punto in cui il movimento della significazione verrebbe regolarmente a legare il gioco della traccia producendo così la storia. Salta la sicurezza di questo punto fermo in nome della legge. E’ – almeno – col rischio di questo far saltare che la disseminazione iniziava. E la svolta di una scrittura da cui non si ritorna». Tale «strappo» nella tela del reale (e non di Magritte né di Lucio Fontana, se è per questo) conduce a diverse «disseminazioni» o «diasporismi». Intanto quella, notoria, fra ebrei e palestinesi; e quella, anch’essa ben nota ai più, tra depressione e stato di salute mentale, poi, tra eventi e personaggi immaginari (Moshe Pipik) e servizi segreti (Mossad) piò o meno reali, tra un vero criminale nazista (Ivan il Terribile) e un (forse) falso «normalissimo padre di famiglia in Ohio» e, naturalmente, quella tra autore e opera. Tra lo scrittore Philip Roth e il libro che sta scrivendo, che ha finito di scrivere, che sta vivendo mentre ancora non pensa di scriverlo, in definitiva. Per cui? Carl Gustav Jung, nel saggio del 1952 Sincronicità come principio di connessioni acasuali , ci viene in soccorso. «La sincronicità è una realtà sempre presente per coloro che hanno gli occhi capaci di vedere». Il «falso» Philip Roth dice al protagonista (ma sarà, davvero, il protagonista?): «tu nutri la fede freudiana nel potere sovrano della causalità. Nel tuo universo non esistono eventi senza causa. Per te le cose che non si possono pensare in termini intellettuali non meritano di essere pensate. Come posso esistere io, un tuo doppione? Come puoi esistere tu, un mio doppione? Io e te sfidiamo le spiegazioni causali». Se la coerenza non è più un valore, bisogna ricercare un senso (se senso c’è) all’interno di significati simili – il senso rinvenuto, manco a farlo apposta, solo dai lettori di questo libro. Il senso degli interpetri. Cos’è il diasporismo? «Il diasporismo mira a favorire la dispersione degli ebrei in Occidente, nella fattispecie il reinsediamento degli ebrei israeliani di origine europea nei paesi d’Europa dove prima della seconda guerra mondiale sussistevano numerose comunità ebraiche. (…) Al tempo stesso cerca di evitare la catastrofe di un secondo Olocauso causato dall’indebolimento del sionismo». Siamo, in Israele, nei giorni della cosiddetta Prima Intifada che, in verità, era, già, iniziata nel campo profughi di Jabaliya nel 1987; «gli arabi insorgevano contro le autorità ebraiche in tutti i territori occupati». Nel gennaio del 1988, Roth incontra l’«altro» Roth e la disseminazione incontra il suo senso. «Tutti questi scritti di non scrittori, pensavo, tutti questi diari, memoriali e biglietti scritti malamente senza un briciolo di stile, ricorrendo a un millesimo delle risorse di una lingua scritta», «questo tutto è (…) semplicemente un guazzabuglio, un pastrocchio, un bel casino del cazzo», «e tutto in nome di un piano talmente irrisorio»? No! Philph Roth ha un’ultima carta di giocare: l’Operazione Shylock. Nel Mercante di Venezia di Shakespeare compare la figura di questo usuraio ebreo (Shylock) che diventerà il simbolo stesso dell’antisemitismo. Carte, i due diari (veri o presunti)) del «fabbricante di elettrodomestici» del Queens Leon Klinghoffer (ucciso e gettato in mare l’8 ottobre 1985 da quattro terroristi palestinesi mentre era a bordo della nave da crociera Achille Lauro), lettere, dispositivi di scrittura che non interroga la scrittura stessa (come in genere avviene nei romanzieri sperimentali) ma, stavolta, la realtà. Cos’è, dunque, questa Operazione Shylock? Un viaggio ad Atene – dove tutto è cominciato, la filosofia in primis – e un ritorno ad Atene dove tutto è finito. non il romanzo ma tuto questo insieme di fogli, scrittura e di pagine che un certo Smilesburger (agente. Segreto o no?) vuole privare di Atene; cioè della filosofia che, sicuramente, non anima questo romanzo. Certo è che Philip Roth, lungo tutti gli assi di queste successive «disseminazioni» supera un brutto periodo della sua vita (la depressione gli era stata causata dall’ingerimento di un farmaco chiamato Halcion) e trova la figlia di Eolo ed Enarete (Alcione) che simboleggia la tranquillità. In un romanzo che si chiede «che possibilità avrei di convincere qualcuno di una realtà come questa?» e che, citando Aristofane, dice di sé stesso di essere «una commedia in senso classico», Philp Roth trova la sua propria misura. «Moshe Pipik era uno che non esisteva, che non poteva assolutamente esistere, eppure secondo noi doveva essere reale, tanto da rispondere al telefono». Alzi la mano che non ha trovato sulla propria strada un Moshe Pipik del genere?
