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L’ETERNA VIA CRUCIS DI MIMMO U CURDU  

Di certo, in quel di Piazza Cavour, a qualche passo dal vaticano colonnato del Bernini, i giudici della suprema Corte di Cassazione potranno, forse, finalmente chiarir bene l’equivoco: quel che sta accadendo a Mimmo Lucano consentirà un dibattito ancor più approfondito sull’applicazione della Legge Severino agli amministratori locali e sui margini interpretativi legati alle condanne non collegate a episodi di corruzione o abuso di potere. Il nuovo passaggio in Cassazione – già annunciato da Lucano – sarà decisivo per chiarire se la norma debba essere applicata in modo automatico o se debba tener conto della natura del reato contestato. 

Ma… andiamo con ordine! 

Lunedì scorso, ventisette d’aprile, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la decadenza di Mimmo Lucano dalla carica di sindaco di Riace. La decisione è arrivata dopo la condanna definitiva a 18 mesi (con pena sospesa) per falso, pronunciata dalla Cassazione nel febbraio 2025. Quella sentenza ha fatto scattare automaticamente l’ineleggibilità prevista dalla Legge Severino, determinando la perdita del mandato, e facendo calare il sipario sul processo “Xenia”, nato da un’inchiesta sulla gestione dei progetti di accoglienza a Riace. Un’indagine che aveva travolto Lucano nel 2018, allorquando, arrestato, rischiò una condanna a 13 anni e 2 mesi, inflitta in primo grado per associazione a delinquere, truffa, falso e peculato. In appello quella condanna venne ribaltata e Lucano venne assolto da quasi tutti i reati.  

Tutti tranne un falso, relativo a una delle 57 delibere che gli erano state addebitate.  

Essendo nel frattempo diventato di nuovo sindaco di Riace, nel giugno 2024, la conferma della Suprema Corte ha aperto la strada al ricorso della Prefettura di Reggio Calabria a cui il Tribunale di Locri ha dato ragione nel luglio 2025. 

Nel frattempo Lucano era rimasto in carica in attesa che s’esprimesse anche la Corte d’Appello la cui decisione adesso è esecutiva. I legali del sindaco ed europarlamentare di Avs, gli avvocati Andrea Daqua e Giuliano Saitta, hanno già annunciato ricorso in Cassazione, che li legittima a una richiesta di sospensiva. 

Così, mentre i giudici di secondo grado scrivono che il giudizio di accertamento della penale responsabilità di Lucano e quello, successivo ad esso, di valutazione della sua incandidabilità o decadenza, operano su piani diversi, gli avvocati del sindaco tuonano: sentenza non condivisibile. Tribunale e Corte di Appello sostengono cose diverse. Il contrasto amplifica la non condivisibilità della decisione. Quando il giudice penale accerta che il fatto-reato sia commesso con abuso di potere o con violazione dei doveri inerenti al proprio ufficio deve necessariamente applicare la sanzione accessoria della interdizione dai pubblici. Nonostante il chiaro dettato normativo, per il Tribunale l’omessa applicazione della sanzione accessoria sarebbe una ‘mera dimenticanza del giudice penale’ mentre la Corte di appello afferma che il medesimo giudice elettorale è dotato di discrezionalità nell’effettuare tali verifiche: si tratta di una contraddizione palese anche perché riconosce un potere discrezionale al giudice elettorale che la giurisprudenza consolidata nega. Pertanto, concludono i legali, un’ingiustizia si evince da una inconciliabile e paradossale situazione unica, forse, nel panorama giuridico italiano. Se diventasse definitiva questa decisione avremmo la contraddittoria situazione in cui un cittadino, Mimmo Lucano appunto, avrebbe il certificato penale illibato sotto il profilo della commissione di reati commessi con abuso di poteri o in violazione dei doveri inerenti al proprio ufficio e contestualmente un Lucano decaduto da sindaco per aver commesso un reato con abuso di potere. È evidente che la decisione seppur rispettabilissima non può essere condivisa e non ci resta che il ricorso in Cassazione

E Mimmo Lucano? Intercettato da “Il Dubbio” così s’esprime: sono obbligato ad avere sempre speranza, cos’altro potrei fare? Questa decisione mi toglie il respiro: è una guerra che non finisce mai. Secondo i miei legali, questo è l’unico caso in Italia di condanna pur in assenza di un effettivo abuso di potere. È un paradosso giuridico che mi schiaccia. Più vado a fondo nell’analisi, più mi convinco che questa sia una storia politica che prosegue fino all’esasperazione. Ci sono elementi che sono passati sotto silenzio, ma che pesano enormemente. Penso al gemellaggio con Gaza: perché è stato negato solo a Riace? Come Comune avevamo un’autonomia di governo, e quel gesto portava un messaggio politico fortissimo. Lo stesso vale per la cittadinanza onoraria conferita ad Habashy Rashed Hassan Arafa (un uomo egiziano morto il 21 a Riace, pochi giorni dopo la sua scarcerazione per gravi motivi di salute): non era solo un atto simbolico, era una presa di posizione netta sulla migrazione e sulla dignità degli esseri umani. Riace è stata questo: un campo di battaglia dove si scontravano due visioni opposte del mondo. Ora siamo in attesa della Cassazione. Non so cosa accadrà. Quel che è certo è che la mia storia giudiziaria è totalmente immersa nella situazione politica del Paese. Io non sono una vittima per caso: sono stato colpito per ciò che Riace rappresentava

P.S. – senza scordar che tutto ebbe inizio alle 4 del mattino d’un dì del 1998. Un veliero carico di 300 curdi provenienti dall’Afghanistan e dall’Iraq approcciò la costa ionica. Tale Domenico Lucano, ex emigrante ed ex maestro di scuola poi diventato attivista, camminò verso il mare per accoglierli. A ognuno degli sbarcati trovò un pasto e un’accoglienza temporanea, aprendo per loro le tante case abbandonate del centro. E intuì che quel problema poteva essere trasformato in un’opportunità per ripopolare il suo paese. Dopo i curdi arrivarono i somali, poi fu la volta dei nigeriani, quindi quella dei palestinesi. Domenico divenne pure famoso, e fu inserito da Fortune tra i 40 leader più influenti del mondo, tra Bill Gates e Angela Merkel. Ma per tutti, in paese, da quel giorno del 1998, è rimasto solamente Mimmo u curdu

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