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ILARIO AMMENDOLIA TRIONFA AL PREMIO “CITTÀ DI SIDERNO”

È complicato, e pure assai, il voler riassumere, in poche righe, la corsa esistenziale di Ilario Ammendolia: professore di lettere in pensione, consigliere provinciale del PCI, più volte sindaco di Caulonia e presidente dell’Associazione dei 42 Comuni della “Zona Jonica”, direttore editoriale di “Riviera”, settimanale diretto anche da Pasquino Crupi e Nicola Zitara. Dopo circa 60 anni di militanza, continua ad essere impegnato sul terreno della difesa dei diritti inalienabili della Persona umana e combatte le sue battaglie a favore degli immigrati, dei reclusi e degli esclusi. S’è apertamente schierato in difesa dello Stato di diritto e contro la giustizia sommaria che consente gli scioglimenti a catena dei consigli comunali, l’uso arbitrario delle manette, la criminalizzazione sistematica e calcolata della Calabria e del Sud.

Senza scordar che Ilario Ammendolia (immortalato, nell’istantanea, di qualche tempo fa, insieme agli editori Franco Arcidiaco e Antonella Cuzzocrea) scrive, pure tanto, e bene, in maniera incisiva, denunciando e proponendo, ponendo in risalto e tuonando contro tutto ciò ritiene contrario ad una umanità chiamata a viver la vita in maniera compiuta, regolare, limpida, trasparente, buona e giusta.

Tant’è che lo scorso 8 di maggio, al Centro Polifunzionale “Enzo Leonardo”, in quel di Siderno, proscenio per la XXI Edizione del Premio Letterario “Città di Siderno”, sorto nel 2004 grazie ad Aldo De Leo, figura di spicco negli ambiti burocratico e politico e culturale sidernesi, Ammendolia trionfa nella sezione saggistica: il suo “La Repubblica rossa di Caulonia. Uomini in rivolta” (https://cdse.it/libro/la-repubblica-rossa-di-caulonia/1544), edito da Città del Sole nel 2025, conquista il primo premio. La motivazione? Eccola qua!

Ilario Ammendolia rivendica il profondo valore politico della rivolta cauloniese, opponendosi alla sua sistematica criminalizzazione e alla successiva condanna all’oblio. L’analisi mette a nudo i meccanismi del discredito gettato sui vinti, restituendo dignità storica a una sollevazione popolare che fu ingiustamente liquidata come semplice fenomeno di malavita, nonostante la vastità delle speranze sociali coinvolte e l’impatto del grande processo locrese.

E il libro, 120 dense pagine, racconta, come annota Donatella Di Cesare nella prefazione, la Repubblica Rossa di Caulonia, proclamata il 6 marzo 1945, in un clima di liberazione ed effervescenza, quando al Nord le brigate partigiane cominciavano già a scendere nelle città per l’ultima battaglia contro i nazifascisti, mentre il Sud libero muoveva i primi passi per superare il vecchio ordine. È in un tale periodo di passaggio, scandito da speranze e timori, attese e inquietudini, che si staglia la rivolta di Caulonia. Cinque giorni circa durò la Repubblica Rossa. Il 10 marzo ebbe inizio la spedizione compiuta da carabinieri e forze dell’ordine, pilotati dal Ministero dell’Interno. Il territorio ampio venne setacciato contrada per contrada fin quando, tra scontri e brutali repressioni, i rivoltosi di Caulonia dovettero arrendersi. Due anni dopo, il 23 giugno 1947 si aprì al Tribunale di Locri il più grande processo politico del dopoguerra: gli imputati per banda armata erano ben 365. Solo pochi, tra cui il sindaco comunista Cavallaro, scontarono anni di carcere. Gli altri furono liberati grazie al provvedimento di amnistia voluto da Togliatti l’anno precedente. Ma la pena più dura, oltre allo scacco in sé, fu la rimozione, la condanna all’oblio di questa storia, insieme alla diffamazione postuma. Così i vinti potevano essere sconfitti ulteriormente e, sempre di nuovo, grazie al discredito gettato su di loro, alla denigrazione, all’oltraggio. Quei mulattieri, quei caprai, quei falegnami erano gente di ’ndrangheta, figli di briganti, banditi per vocazione, malavitosi. A Caulonia non c’era stato altro che una rivolta di ’ndrangheta, di cui vergognarsi e perciò da rimuovere. Ma – chiosa Di Cesare – come stanno le cose? Che cos’è successo davvero? Le domande si affastellano, gli interrogativi sono più complessi di quanto si possa pensare. Ammendolia li indica in queste pagine con chiarezza e invita a riflettere sui tanti lati oscuri così come pure, però, sulle evidenze denunciando con forza la criminalizzazione di una rivolta cui va riconosciuto invece un grandissimo valore politico…

Insomma, un volume intrigante, una porzione di storia d’approfondire, forse, per tanti, addirittura da scoprire.

Un libro che, di diritto, dovrebbe trovar casa in ogni calabra abitazione, giacché, in un’epoca caratterizzata da perenni e infinite campagne elettorali, Ammendolia regala un testo, narrativo, ma, al contempo, strumento per imparare l’arte essenziale del discernimento, che ci consente di render vivo ciò che sosteneva Alexis de Tocqueville: la democrazia è il potere di un popolo informato.

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