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Giovani in biblioteca
Mediterranea

ABNEGAZIONE

«Quante cose ancora non sapevo di papà. Era stato fuori dalla mia vita e di mia madre da quando avevo cinque anni fino a quando ne avevo trenta- Ci aveva abbandonato per seguire una chiesa evangelica itinerante- Anni dopo era rientrato nella vita di mia madre, dandole giusto il tempo di piantarle simultaneamente due ferri da maglia negli occhi mentre dormiva. Lui si era rifiutato di denunciarla. Dicendo di aver avuto solo ciò che si meritava». A parlare è Jillian Cole, figlia di Matthew Cole, di professione, guaritore di malanni. In questo enigmatico romanzo (L’accompagnatrice. Traduzione di Cristina Mennella, Adelphi, Milano, 2026), Ken Greenhall porta sulla scena la vita e la morte, soprattutto la seconda di queste due cose. Jill è L’accompagnatrice dalla vita alla morte di diverse «vecchiette e si assolve raccontandosi che le sue vittime stanno meglio da morte». Suo padre, «molti – soprattutto donne – lo avrebbero definito un santo e un martire; donne cui imponeva le mani sul petto o sulla fronte, donne che si dicevano guarite dal suo tocco». Greenhall sa che sarebbe gioco davvero facile interpretare questo romanzo come la dialettica intercorrente tra un personaggio che dà la vita e un altro che la toglie. Ma il gioco, invece, qui, è molto più pericoloso. Ci sono di mezzo, anche, la religione e la musica jazz, ad esempio. Che sono la realtà di Matthew. E c’è di mezzo la metamorfosi, che è il senso dell’esistenza stessa di Jill. «Molte persone – spesso intelligenti, privilegiate – non sono davvero in contatto con la vita: conoscono le buone maniere , ma a un livello più profondo non sanno come comportarsi né cosa fare. Anche se metterete in dubbio le mie scelte, non potrete che ammirare la mia abnegazione». Jillian, infatti si dedica a uno strano commercio di anime in transito. Una di queste, David Dobb, è transitata in passato dal sesso femminile a quello maschile. «Una metamorfosi al contrario in cui la bellissima farfalla diventa una creatura brutta, simile a un verme». Jill, adesso, sta assistendo Elizabeth Dobb, madre di Eva e Ava(adesso, David). L’accompagnatrice (insieme alla morte) trova anche l’oro. «E mi venne in mente che ognuna delle mie defunte datrici di lavoro mi aveva lasciato almeno un oggetto in oro». Il cerchio, così, si chiude! Ken Greenhall sa che il tocco delle «guarigioni miracolose» non basta. E che «”come ci si collega al Signore?” strepitò. “Con l’anima. L’anima è la spina. Ma non la colleghiamo noi; ci pensa il Signore». Anime in transito, dunque. «Pochi di noi, alla fine, sfuggiranno alla sofferenza e alla disperazione; pochi non vorranno che un’accompagnatrice  risoluta e misericordiosa dia loro la pace». Greenhall compie, dunque, questo tragitto insieme alla morte. E lo fa con uno sguardo costantemente rivolto alle opere della vita. Il mix letterario che ne viene fuori riesce, alla fine, credibile e incredibile ad un tempo. Innaturale, come il genere letterario che l’autore ha fondato.   

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