È MORTO MELO FRENI, VIVONO LE OPERE SUE
A casa Freni, a pochi passi dal lungomare di Terme Vigliatore, sulle pareti giaccio istantanee,...

A casa Freni, a pochi passi dal lungomare di Terme Vigliatore, sulle pareti giaccio istantanee,...

di Mara Rechichi
Ci sono sere d’estate in Calabria in cui succede qualcosa.
Una piazza si riempie. Si montano un palco e qualche fila di sedie. Arrivano persone dai paesi vicini, qualcuno torna apposta da più lontano. Ci si incontra prima che cominci lo spettacolo, ci si saluta, ci si riconosce. Qualcuno ascolta uno scrittore, qualcuno scopre un libro. Qualcun altro è venuto per la musica, per il teatro, per il cinema, o semplicemente perché quella sera, in quella piazza, sta succedendo qualcosa.
E le persone stanno bene.
È una frase semplice, forse troppo semplice per diventare un indicatore. Eppure è così: stanno bene.
Escono di casa. Incontrano altre persone. Parlano, ascoltano, ridono, si emozionano. Scoprono qualcosa che non conoscevano. Ritrovano qualcuno che non vedevano da tempo. Per qualche ora condividono uno spazio. E, soprattutto, appartengono.
Se dovessi disegnare cosa succede in quella piazza, disegnerei tre cose semplici. Un cuore, per l’emozione che si prova e la cura di sé che nasce quasi senza accorgersene. Una mente, per lo stimolo che arriva quando si ascolta una storia nuova o si guarda un’opera per la prima volta. E due persone che si parlano, per il legame che si crea semplicemente stando nello stesso posto, nello stesso momento. Tre cerchi, forse, uno accanto all’altro: emozione, pensiero, relazione. Bastano questi per raccontare cosa significa, in fondo, partecipare.
In Calabria accadono molte cose così. Festival letterari, concerti, rassegne cinematografiche, incontri con gli autori, spettacoli teatrali, mostre trasformano paesi e città in luoghi attraversati da persone, parole, musica, idee.
Siamo abituati a chiamare tutto questo promozione culturale. Oppure turismo. Spettacolo. Valorizzazione del territorio.
E se provassimo a chiamarlo anche benessere?
Perché esiste un punto in cui cultura, relazioni e salute si incontrano. E quel punto ha persino un nome: welfare culturale.
Non è soltanto un’espressione suggestiva. Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione scientifica e istituzionale verso il legame tra partecipazione culturale, arti e benessere bio-psico-sociale. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha raccolto una vasta quantità di studi sul rapporto tra arte, salute e benessere, mostrando quanto le attività artistiche e culturali possano contribuire alla promozione della salute, alla prevenzione e, in alcuni contesti, persino ai percorsi di cura.
Naturalmente un concerto non sostituisce un medico. Un romanzo non cura una patologia. Una serata a teatro non prende il posto di uno psicologo.
Ma forse la cultura può fare qualcosa prima.
Ed è quel prima che mi interessa.
Prima che la solitudine diventi isolamento. Prima che la mancanza di relazioni diventi malessere. Prima che giornate tutte uguali diventino rinuncia. Prima che il bisogno di incontrare qualcuno, di parlare, di sentirsi parte di qualcosa finisca per essere scambiato per un bisogno esclusivamente sanitario.
Perché non tutto il malessere nasce da una malattia. A volte nasce dal vuoto. Vuoto di relazioni, di occasioni, di luoghi in cui incontrarsi. Vuoto di stimoli. Vuoto di possibilità.
Ed è qui che il ragionamento, secondo me, diventa particolarmente interessante per la Calabria.
Da anni parliamo — giustamente — della sanità calabrese. Ospedali. Personale. Liste d’attesa. Medicina territoriale. Mobilità sanitaria. Piano di rientro. Parole necessarie.
Ma forse, accanto a queste, dovremmo avere il coraggio di aggiungerne altre.
Biblioteche. Teatri. Musei. Associazioni. Musica. Libri. Festival. Piazze.
E porci una domanda che può sembrare provocatoria: tutto ciò che arriva alla sanità nasce davvero come domanda di cura?
Forse esiste anche una zona più sfumata del bisogno. Fatta di solitudine, fragilità relazionale, mancanza di occasioni di partecipazione, bisogno di ascolto e di appartenenza.
E se una parte di quel bisogno potesse trovare risposta anche altrove?
In una biblioteca aperta. In un laboratorio teatrale. In un coro. In un museo. In un’associazione. In un gruppo di lettura. In un festival. In una piazza piena di persone.
Non si tratta, naturalmente, di togliere risorse alla sanità per darle alla cultura. E nemmeno di immaginare che un libro possa sostituire un farmaco.
Il ragionamento è esattamente il contrario. Significa provare a costruire comunità in cui il benessere venga coltivato anche prima che diventi necessario curare il malessere.
La Calabria, da questo punto di vista, possiede già moltissimo. Possiede luoghi, paesaggi, piccoli borghi, biblioteche, associazioni, operatori culturali, festival. E soprattutto possiede persone capaci di mettere insieme altre persone.
Forse dovremmo cominciare a considerare questo patrimonio non soltanto una risorsa culturale o turistica. Ma una vera infrastruttura sociale.
E allora provo a lanciare una proposta. Anzi, una provocazione.
Regione Calabria, perché non proviamo?
Perché non destinare una piccola quota delle risorse dedicate alla prevenzione a un progetto pilota di welfare culturale? Scegliamo alcuni territori. Mettiamo intorno allo stesso tavolo Comuni, servizi sociosanitari, biblioteche, scuole, teatri, associazioni e operatori culturali. Costruiamo programmi continuativi e accessibili di lettura, musica, teatro, cinema, arte e partecipazione.
E poi misuriamo.
Misuriamo il benessere percepito, la partecipazione sociale, la solitudine, la qualità delle relazioni. Osserviamo, nel tempo, se cambia qualcosa anche nel ricorso ai servizi per quei bisogni che sanitari, forse, non erano del tutto.
Facciamolo seriamente. Con metodo. Con dati.
Perché potremmo persino scoprire che finanziare un festival, tenere aperta una biblioteca, sostenere un laboratorio teatrale o portare musica e libri in una piazza non significa soltanto spendere denaro per la cultura.
Significa prendersi cura di una comunità.
La Calabria cerca da anni una strada per curare la propria sanità. Continuiamo a cercarla negli ospedali, negli ambulatori, nei servizi territoriali. È lì che una parte fondamentale della risposta deve necessariamente stare.
Ma proviamo, almeno una volta, a cercarne un pezzetto anche altrove. Dove forse non abbiamo mai pensato di guardare.
Tra un libro aperto, un palco acceso e una piazza piena di persone.
Perché anche stare bene insieme, in fondo, è una forma di salute. Un cuore che si emoziona, una mente che si accende, due mani che si stringono: è già, a suo modo, un piccolo atto di cura.
