GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

Roma pitagorica: “urbana” Città del Sole
«La favella e ‘l commercio vi si nega/ e la difesa, a voi, spiriti eletti;/ perché sol la virtù de’ vostri petti/ l’orgoglio del tiranno affrena e lega./ E s’a fin alto carità vi piega/ i corpi sparsi e gli uniti intelletti,/ saran, qual fu la croce, benedetti/ le forche, il fuoco, gli uncini e la sega!/ E’ ‘l bel morir, che fa gl’huomini Dei,/ ove solo il valor saggio, e virile/ della sua gloria spiega i gran trophei./ Qui dolce libertà l’alma gentile/ ritrova, e prova il ver, che senza lei/ sarebbe anchor il paradiso vile» (113º Sonetto fatto a tutti i carcerati per la medesima causa).
Gabriel Naudé
Il medico di Luigi XIII, Gabriel Naudé, che, su proposta del bibliotecario del cardinale Francesco Barberini, Leone Allacci (Ἁλάτζης, poiché nativo di Chio), era membro della romana Accademia degli Umoristi (Michel-Pierre Lerner: Le panégyrique différé ou les aléas de la notice ‘Thomas Campanella’ des “Apes Urbanae”, 2001; p. 427), in un brano del suo De Augustino Nipho iudicium, dichiarerà la sua ammirazione incondizionata e il suo debito riconoscente nei confronti della filosofia italiana e, da contemporaneo e amico di Campanella, da lui stesso definito la “fenice degli ingegni”, in “Apologie pour tous les grands personnages qui ont esté faussement soupçonnez de magie” (1625), annotò: «La mélancholie peutre tenir longtemps l’ame en une profonde méditation, et alors les esprits se retirans où l’ame se reserre en son centre, por lui ferre qualque service, les autres demeurent destituées de leur chaleur influente et semblent n’avoir plus aucune étincelle de vie; c’est là proprement ce que l’on appelle Extase» (La malinconia può trattenere a lungo l’anima in una profonda meditazione, e allora gli spiriti si ritirano là dove l’anima si stringe nel suo centro, per prestarle qualche servizio, gli altri restano privi del loro calore influente e sembrano non avere più alcuna scintilla di vita; questo è propriamente ciò che chiamiamo Estasi).
Un’idea politica, un’idea spirituale
Come avvenne per la “Divina Commedia”, di cui si poté supporre cosa celasse solo quando Luigi Valli rivelò il segreto linguaggio dei “Fedeli d’Amore”, allo stesso modo si fatica a intravedere la palingenesi dell’«uomo nuovo» nella Civitas Solis senza prima averne riconosciuto il carattere simbolico ed esoterico, e senza soprattutto aver letto, in quella sua “architettura urbana”, un percorso squisitamente iniziatico.
Se fosse lecito porre un più stringente paragone tra l’ideologia politica dantesca e quella solare di Campanella, verrebbe da supporre quasi un’anticipazione dell’era moderna da parte del primo, laddove il calabrese è come se si rivolgesse al passato con un nostalgico ritorno all’antichità classica, senza comunque perdere di vista quel tocco d’esotismo che, in senso misterico non guasta. Eppure, l’idea centrale in entrambi rimane quella dell’unità, entrambi erano edotti dell’avversione della Chiesa verso quest’aspirazione, entrambi auspicavano un Imperium dell’umanità travagliata che di questa umanità facilitasse l’ascesa a Dio.
Un’idea di “monarchia universale” realizzata per volere provvidenziale, per Dante; mentre per Campanella, un’idea di platonica “repubblica teocratica”, la quale non potrebbe realizzarsi senza una preliminare e indispensabile elevazione spirituale, alla cui esecuzione sembra opportunamente destinata quella stessa “Prattica” che Arturo Reghini trascrisse in “Le parole sacre e di passo dei primi tre gradi ed il massimo mistero massonico” (1922).
La “Prattica” dell’Estasi Filosofica
«La tecnica dell’estasi filosofica si trova esposta più o meno copertamente in vari testi; essa costituisce del resto un arcano, è ineffabile per necessità di cose. Nella letteratura filosofica italiana si trova una magnifica pagina, da alcuni attribuita al Campanella, da altri al Bruno, e che è degna dell’uno e dell’altro; il documento porta il titolo “La prattica (sic) dell’Estasi Filosofica”. Si sente in essa la sicurezza di chi parla per esperienza propria; la pratica della contemplazione, i suoi effetti, tutto è delineato con limpidità e precisione meravigliosa. E’ una pagina insuperata della letteratura tecnica iniziatica, e la tradizione esoterica occidentale per opera di questo neo-pitagorico dell’Italia meridionale getta vividi bagliori di luce, sfidando eroicamente l’ignoranza e la ferocia cristiana. Sopra l’esperienza dell’estasi filosofica si basa, secondo noi, il dramma mistico della morte e resurrezione dei misteri. Nel Vedanta la condizione della coscienza durante l’estasi è chiamata sandhia (derivato da sandhi, punto di contatto o di unione tra due cose) cioè intermezzo tra il sonno profondo (sushupti) e la morte».
Sandhya
Sandhya (Saraṇyū, Saṃjñā, Suvarchala, Sauri, Randal) è uno dei nomi della principale consorte di Surya, il dio del sole, e madre del dio della morte Yama, così come dei medici gemelli divini Ashvins (Castore e Polluce, Cosma e Damiano?), e altri. Sandhya significa letteralmente “crepuscolo”, mentre Saraṇyū è la forma femminile dell’aggettivo saraṇyú, “veloce, agile”, nel Rigveda, usato per i fiumi (tipo Yami, Yamuna, o Jumna, figlia di Surya e Sandhya) e il vento, – come ci ricorda David R. Kinsley, in “Hindu Goddesses: Vision of the Divine Feminine in the Hindu Religious Traditions” (1986), – e descritta, quasi fosse un’Erinni, da “nuvola temporalesca che accelera rapidamente”. In un testo successivo, del V secolo d.C. (Harivamsa), viene riconosciuta quale Sanjna o Samjna, che significa “immagine”, “segno” o “nome”. Le scritture puraniche, per esempio Markandeya Purana, Matsya Purana e Kurma, la dichiarano figlia di Vishwakarma (identificato con Tvashta) e le attribuiscono una sosia, o gemella: Chhaya (“riflesso” o “ombra”).
Vishvakarma
Originariamente “Vishvakarma” era un epiteto per qualsiasi divinità potente; e solo successivamente divenne il nome del dio artigiano, nonché il divino Grande Architetto, costruttore di svariate città, quali Indraprastha, pressappoco corrispondente al Vecchio Forte (Purana Qila) dell’attuale Nuova Delhi, Lanka, l’isola-fortezza capitale del leggendario re asura, Ravana, nei poemi epici del Ramayana e del Mahabharata, o Dvārakā (recintata, o dalle molte porte), una delle Sapta Puri (sette città sacre) dell’Induismo e uno dei sette siti Tirtha (di pellegrinaggio) per la liberazione spirituale.
Svayamvara
Quando sua figlia Saranyu diventa una bellissima fanciulla, per lei il Grande Architetto organizza uno Svayamvara (Svayaṁ in sanscrito significa ‘sé’, e vara ‘sposo’), ovverossia la scelta, in mezzo a un gruppo di pretendenti, del proprio marito da parte della diretta interessata. Il preferito tra i corteggiatori risultò Surya (alias Vivasvan), di cui però la consorte non è in grado di sopportare lo splendore, decidendo così di abbandonarlo, senza prima però creare dalla sua ombra una sosia (Chhaya) che si prenda cura dei numerosi figli.
Turīya o caturtha
Qual è l’«intermezzo» di cui parla Reghini a proposito de La “Prattica” dell’Estasi Filosofica?
L’esperienza della verità ultima, nella filosofia induista, è quello stato di “coscienza pura”, definito col termine turīya o caturtha, ovvero un “quarto” stato della coscienza che trascende gli altri tre più comuni di veglia (jagrata), sogno (svapna), sonno senza sogni (sushupti). Ed è a quello che Reghini allude come “legamento”, e “punto di contatto”, con la dimensione sottile, piuttosto che all’ipnagogia di transizione dalla veglia al sonno, o “consapevolezza della soglia”, né tantomeno alla fase del risveglio (stato ipnopompico)?
“Un problema di Coscienza”?
«Il quarto stato non è quello che è conscio dell’oggetto né quello che è conscio del soggetto, né quello che è conscio di entrambi, né la semplice coscienza, né la massa completamente senziente, né quella completamente all’oscuro. È invisibile, trascendente, la sola essenza della coscienza di sé, il completamento del mondo» dice chiaramente della turiya la Māṇḍūkya Upaniṣad.
A distanza d’un secolo Reghini avrebbe forse fatto ricorso al linguaggio psicoanalitico, in base al quale quell’«intermezzo» potrebbe essere interpretato come affioramento d’una vitalità residua dopo la morte dell’Ego, oppure, in termini neuro-scientifici, quale perdita del senso di sé da disattivazione della connettività funzionale intrinseca del Default Mode Network, con riduzione dell’attività della corteccia del cingolo posteriore.
The alchemical body
Come ha scritto David Gordon White, in “The alchemical body: Siddha traditions in medieval India” (1996): «Nell’hatha yoga, il motore principale della trasformazione… della mente ordinaria (manas) in una condizione al di là della mente – è di natura pneumatica. E’ il vento [saraṇyú], l’elemento dinamico dell’antica triade vedica, che assumendo la forma del respiro controllato svolge un cruciale ruolo trasmutativo nel sistema hathayogico. Ma, cosa ancor più importante, quando, attraverso il controllo del respiro (pranayama), viene aperta la base del canale centrale, quello stesso respiro causa l’inversione delle polarità ordinarie».
Com’é esplicita la relazione tra respiro e testa (cranio, “capo”), altrettanto l’inversione del tempo attraverso il controllo (e l’arresto) del flusso del pensiero; e Campanella parlava appunto di tali misteriosi “spiriti” che possono esalare dal “cranio”, mentre, nel commentare la “Prattica”, Reghini accennava a un tal certo “arcano”.
Chandra-Nagor
Analogo rovesciamento si ritrova nel testo del White, in cui la Città della Luna (Chandra-Nagor) potrebbe benissimo essere ribaltata, nella tradizione vedantina, in una Città del Sole. A Luna e Sole fanno riferimento i due canali laterali del corpo sottile, rispettivamente le nadi Ida e Pingala, avvolte attorno alla Sushumna, la quale raggiunge Merudanda, all’estremità della testa (Sahasrāracakra, o ruota dai mille petali). Ed è qui che, per la fisiologia yogica dell’uomo, viene posizionata la Luna, mentre il Sole è localizzato più in basso, in corrispondenza del centro energetico denominato Manipura cakra, e non per nulla identificato con il “plesso solare”.
Samādhi
Dal punto di vista alchemico, White aggiunge che, se da una parte troviamo insieme Luna e Mercurio, dall’altra stanno Sole e Zolfo; é solo, quindi, in virtù d’un «modello yogico che descrive la separazione dalla coscienza ordinaria ed il ritorno in essa nei termini di un’interazione tra il sole, localizzato nel basso ventre, e la luna collocata nella volta cranica del corpo sottile», che la Città del Sole dello stilese rappresenterebbe uno stadio successivo a quello della Luna, una volta raggiunta nella sommità del cranio.
«Gli Shaiva lo chiamano la dimora di Shiva; i Vaishnava Parama Purusha; altri ancora lo chiamano luogo di Hari-Hara. Coloro che sono colmi di entusiasmo per i Piedi di Loto della Devi lo chiamano eccellente dimora della Devi; e altri gran saggi luogo puro di Prakriti-Purusha.» (Ṣatcakranirūpaṇa, v. 44). Ed è allora che si sperimenta l’unione col divino, la liberazione, o il Samādhi.
Versi Aurei pitagorei
La sacralità della Città del sole e il suo simbolismo numerico rammenta la perfetta sincronizzazione del testo del frate calabrese con la tradizione occulta e pitagorica della “Prattica”, chiunque l’abbia scritta (Bruno o Campanella inclusi); un “distacco” dell’anima dal corpo, nel corso d’una separazione che al corpo continua a consentire regolarmente di sopravvivere, secondo quanto auspicano i due ultimi “Versi Aurei” (Χρυσά Έπη, Στίχοι 70 έως 71) di Pitagora: «ἢν δ’ ἀπολείψας σῶμα ἐς αἰθέρ’ ἐλεύθερον ἔλθηις, ἔσσεαι ἀθάνατος, θεός ἄμβροτος, οὐκέτι θνητός.» (“Così, se, il corpo lasciando, nell’etere libero andrai/ spirìtuo nume immortale, non più vulnerabil, sarai” – vv. 70-71, nella traduzione di Tikaipôs, presso il Gruppo di Ur, pseudonimo del kremmerziano Ercole Quadrelli).
La meditazione liberatrice
Come Reghini nel suo testo, qualche anno più tardi, lo scultore modenese Ernesto Ermete Gazzeri, nell’effigiare lo stilese, l’ha immaginato, appunto meditabondo, nel suo abito da frate, con il mento appoggiato sulla mano sinistra e il piede della medesima gamba, che ne regge il gomito, sovrapposto a due voluminosi tomi. Meno di mezzo secolo prima, sempre in abito da frate, il massone Ettore Ferrari aveva realizzato una sorta di bandiera ufficiale del libero pensiero “ribelle a qualsiasi imposizione dogmatica”, nel bronzo dedicato a Giordano Bruno, in Campo de’ Fiori, il luogo del rogo del filosofo.
Gente ch’arrivò là dall’India
La fondazione della Città Solare viene attribuita all’effetto d’una migrazione: “Questa è una gente ch’arrivò là dall’India, ed erano molti filosofi, che fuggiro la rovina di Mogori…”. E innumerevoli, tra il 1221 e il 1327, erano state le incursioni storiche nel subcontinente indiano condotte dai Qara’una, popolazione d’origine mongola stanziatasi in Afghanistan.
Tra gli indù, a guidare un carro con sette cavalli, in rappresentanza dei sette colori della luce visibile, è Sūrya, considerato anche colui che realizza la verità eterna, ossia il Brahman. E difatti, al centro dell’Urbe solare s’erge dunque la possente figura dell’«uomo sulla via della divinizzazione», proprio secondo questo schema della filosofia induista; e tra i suoi sette centri vitali (mūlādhāra, svādhiṣṭhāna, maṇipūra, anāhata, viśuddha, ājñā, sahasrāra) che portano i nomi dei pianeti, il loro movimento e i sette gironi di cui è composta la Città esiste una strettissima e mistica relazione.
Una numerologia sacra
Il medesimo ordinamento della Città obbedisce a un intento filosofico dallo scopo evidente di stabilire un patto spirituale tra l’uomo e le potenze celesti mediante l’uso della numerologia sacra: il numero due del diametro, assieme al sette del circolo e ai sette gironi che portano il nome dei sette pianeti. Nella città si entra attraversando quattro porte e quattro sono le strade che si percorrono. E anche la descrizione delle piazze, degli edifici, dei chiostri e delle loro colonne contiene riferimenti numerici o astrologici. È tutta un’architettura sacra che richiama gli antichi misteri delle cattedrali e di quei magistri comacini discendenti dalle arcaiche corporazioni romane.
Il Barocco romano
«La possibilità di identificare la Roma ‘urbana’ con la Città del Sole si basa sulle forti analogie tra il governo assolutistico di Urbano VIII e lo scritto di Campanella che descrive uno Stato cristiano fortemente gerarchico con al vertice il ‘Sole’ o ‘metafisico’ o ‘sommo sacerdote’, ‘capo di tutti in spirituale e temporale’, una posizione assimilabile all’idea che di sé aveva Urbano VIII che già al momento dell’elezione papale aveva scelto come suo emblema il Sole. Congiunto al ‘Sole’ è il triumvirato composto da Pon/potere, Sin/sapienza, Mor/amore che corrisponde con la distribuzione delle cariche ai propri tre parenti attuata da Urbano VIII»- scrive Robert Stalla a pag. 25 de “L’opera architettonica di Francesco Borromini nel contesto politico, culturale e storico del Seicento Romano”, in Richard Bösel & Christoph L. Frommel (a cura di), ‘Borromini e l’universo barocco’, catalogo della mostra tenuta a Roma (Palazzo delle Esposizioni, 16 dicembre 1999/ 28 febbraio 2000) e a Vienna (Graphische Sammlung Albertina, 12 aprile 2000/ 25 giugno 2000), pp. 23-33 (1999).
Roma pitagorica
La citazione del professore tedesco di storia dell’arte è riportata da Roberto Quarta, in “Roma Pitagorica – Filosofia, magia e musica nella capitale della cultura esoterica” (Mediterranee, Roma 2023), quasi per fare il paio con quella estratta da “La Città del Sole” (1602) dello stilese che, di quell’Urbe, distingue quei sette gironi, “grandissimi, nominati dalli sette pianeti, e s’entra dall’uno all’altro per quattro strade e per quattro porte, alli quattro angoli del mondo spettanti…”.
La sommità del Monte
Fa seguito la descrizione del monte, del tempio erettovi sopra e dell’altare annesso: “Nella summità del monte vi è un gran piano e un gran tempio di mezzo, di stupefatto artifizio…”.
“Il tempio è tondo perfettamente […] sopra l’altare non vi è altro che un mappamondo assai grande, dove tutto il cielo è dipinto, e un altro dove è la terra. Poi sul cielo della cupola vi stanno tutte le stelle maggiori del cielo, notate coi nomi loro e virtù, ch’hanno sopra le cose terrene, con tre versi per una; ci sono poli e circoli…”. E già ci sembra di scorgere l’affresco del “Trionfo della Divina Provvidenza” di Pietro da Cortona, la Chiesa di S. Andrea al Quirinale di Gian Lorenzo Bernini, oppure quella di S. Carlo alle Quattro Fontane di Francesco Borromini.
Un principe sacerdote
Il papa ovviamente non può che coincidere con quel “principe sacerdote tra loro, che s’appella Sole, e in lingua nostra si dice Metafisico: questo è il capo di tutti in spirituale e temporale, e tutti i negozi in lui si terminano. Ha tre prìncipi collaterali: Pon, Sin, Mor, che vuol dir: Potesta, Sapienza e Amore.”. Così rivelando il palindromo nome segreto di Roma, dedicata alla Dea della bellezza e Venus Genetrix di chi ha dato inizio alla gloriosa stirpe giulia. Sacrilegio era pronunciarne il nome occulto per via della credenza nell’antico rito dell’Evocatio, mediante il quale ci si impadroniva dell’essenza stessa d’una città al fine di sottometterla.
I nomi della Città
Il nome religioso, usato in occasione di determinate cerimonie sacre, era Florens o quello di Flora, l’italica sopraintendete alla fioritura dei cereali, come scriveva Agostino d’Ippona, nel De Civitate Dei (libro IV, 8: “florentibus frumentis deam Floram”), così come delle altre piante da cui l’uomo trae nutrimento (Georges Dumézil: La religion romaine archaïque, avec un’appendice sur la religion des Étrusques, 1964), e conseguentemente della primavera, durante la quale si svolgevano i Ludi Floreales, o Floralia, con l’esibizione finale della nudatio mimarum.
Il progetto stilese
“Il Potestà ha cura delle guerre e delle paci e dell’arte militare […]. Il Sapienza ha cura di tutte le scienze e delli dottori e magistrati dell’arti liberali e meccaniche, e tiene sotto di sé tanti offiziali quante sono le scienze […] e tiene un libro solo, dove stan tutte le scienze, che fa leggere a tutto il popolo a usanza di Pitagorici. E questo ha fatto pingere in tutte le muraglie, su li rivellini, dentro e fuori, tutte le scienze […].”.
Immagines agentes
Quello pedagogico appare fattore imprescindibile, poiché attuato attraverso il libro della natura e soprattutto quelle immagines agentes del nolano Bruno, riprodotte sulle mura cittadine per dar forma agli infiniti rapporti tra macro e microcosmo, in esaltazione della “memoria creativa”, primordiale patrimonio pitagorico.
La luce/ suono di Mnemosine
La grande dea, madre di tutte le Muse, Mnemosine, riattualizza così il passato filiale (la sola Clio?) e, nel menzionare le peregrinazioni dell’anima, le dinamizza, e ne indica i ritmi, rispecchiati nella geometria sacra degli edifici, come nella pianta circolare del tempio al centro dell’isola, simbolo del fuoco e archetipo di quella luce/ suono (lampo/ tuono) che a tutto ha dato origine; – una vibrazione creatrice nata dal Vuoto, che a contatto con il Nulla s’è propagata nello Spazio.
L’insegnamento di Telesio
Seguace di Telesio, e lettore attento del De rerum natura iuxta propria principia (1565), anche Campanella concepisce la natura come organismo vivo, possessore di anima alla stregua di altri esseri viventi, la cui esistenza, prima di giungere alla razionalità, si basa sulla sensazione, quale fonte primaria di conoscenza.
Quella che invece proviene dall’interno è “pura coscienza”. Ma la capacità d’individuare infinite corrispondenze fra diversi ambiti di realtà è assoluta magia. Magia che si manifesta attraverso le sensazioni che l’uomo coglie, e che gli fanno capire d’essere parte integrante d’un ordine universale (ed è positiva); al contrario, se la magia s’oppone all’ordine universale è negativa.
De sensu rerum et magia
De sensu rerum et magia, iniziato a scrivere in latino nel 1590, completato e dedicato al granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici nel 1592, gli venne sequestrato dal Sant’Uffizio, a Bologna, e fu riscritto in italiano nel 1604, tradotto in latino nel 1609 ed edito undici anni dopo a Francoforte. In esso rimprovera ai materialisti, e a Democrito, di voler far derivare l’ordine del mondo dall’azione degli atomi, che non hanno sensibilità, mentre agli aristotelici la mancata iniziativa di Dio nella costituzione della natura.
Materia, caldo e freddo
I tre principi, di cui è composta la natura, materia, caldo e freddo, sono frutto della creazione divina: «Dio prima fece lo spazio, composto pure di Potenza, Sapienza e Amore […] e dentro a quello pose la materia, che è la mole corporea […]. Nella materia poi Dio seminò due principi maschi, cioè attivi, il caldo e il freddo, perché la materia e lo spazio sono femmine, principi passivi. E questi maschi, da codesta materia divisa, combattendo, formano due elementi, cielo e terra, che combattendo tra loro, dalla loro virtù fatta languida nascono i secondi enti, avendo per guida della generazione le tre influenze, la Necessità, il Fato e l’Armonia, che portano l’Idea».
Primalitates
Alle tre nature divine corrispondono tre primalità (primalitates) costituenti il triplice carattere d’ogni essere: Dio «ha dato a tutte le cose potenza di vivere, sapienza e amore quanto basti alla loro conservazione […] Dunque il calore può, sente e ama essere, e così ogni cosa, e desidera eternarsi come Dio e attraverso Dio nessuna cosa muore ma si muta soltanto, anche se ogni cosa pare morta all’altra e in verità è morta, così come il fuoco pare cattivo al freddo ed è veramente cattivo per lui, ma per Dio ogni cosa è viva e buona».
Eppure, nulla muore veramente, se si considera ogni cosa nel tutto: «muore il pane e si fa chilo, questo muore e si fa sangue, poi il sangue muore e si fa carne, nervi, ossa, spirito, seme e patisce varie morti e vite, dolori e piaceri» (De sensu rerum et magia: II, 26).
Necessità, Fato, Armonia
Dalla Potenza le cose sono “solo perché possono essere”, con una determinata natura; attraverso questa potenza, alle cose Dio dona la Necessità, mentre la Sapienza permette alle cose di conoscere il Fato, ossia quel “saper vedere la successione di causa-effetto nei processi naturali”; infine, l’Amore permette l’Armonia fra gli esseri, perché questi amano essere non diversamente da così come essi sono: «tutti gli enti si compongono di Potenza, Sapienza e Amore e ognuno è perché può essere, sa essere e ama essere, combatte contro il non essere e, quando gli manca il potere o il sapere o l’amore dell’essere, muore e si trasmuta in chi ne ha di più».
Philosophia sensibus demonstrata
Questo manifesto panpsichista forse rielabora dottrine già di Ficino ed Ermete Trimegisto, Anassagora o Timeo di Locri, di cui sappiamo quello che gli attribuisce Platone nel dialogo omonimo, e che lo stilese ripropone nella Philosophia sensibus demonstrata (1591), scritta quale replica all’aristotelico napoletano Jacopo Antonio Marta, autore del Propugnaculum Arìstotelis adversus principia B. Telesii, (1587).
“… Vigoreggiano presso i Calabresi tutte le discipline e l’intera scienza umana, e quella che ora si insegna nelle scuole trae origine dalla Calabria […]. Aristotele fu discepolo di Platone, al quale erano stati maestri dei Calabresi. Platone infatti si portò da Atene in Calabria e qui apprese tutto da Timeo, Euticrate e Arione, tutti di Locri, come ci attesta Cicerone nel V libro del De finibus […]. E Filolao di Crotone che Platone loda nel Fedone, fu maestro di Archita di Taranto e di Platone, come dice Cicerone nel III libro del De Oratore; Aristotele, poi, maestro dei Peripatetici, apprese tutto da costoro. E Platone comprò i tre libri della Scuola Pitagorica, scritti da Filolao, dai suoi discendenti per diecimila denari, come ci attesta Gellio […]. Platone imparò molte cose anche da Ipparco, astrologo di Reggio e da Ippia e da Teeteto, che egli pone come interlocutori dei suoi dialoghi […]. E Pitagora, che con unanime consenso Cicerone chiama principe dei filosofi nel libro De Senectute, fu calabrese; da lui derivarono tutte le discipline e le sette dei filosofi. La sua scuola fiorì presso Crotone, e da tutto il mondo venivano a lui filosofi e re, come narrano svariati scrittori; e dopo la sua morte la sua scuola fiorì a Locri e a Reggio sotto diversi maestri; e a quel tempo in tutta la regione non si contavano i filosofi e le donne sapientissime che scrissero molte opere. Per questo Aristotele spesso ci testimonia di quei filosofi chiamandoli per lo più italici, perché anticamente la Calabria era detta Italia”.
Per augmentum scientiarum
Non troppo dissimile da quello di Bacone o di Moro, il progetto globale di Campanella è teso a favorire quelle istituzioni che consentano il massimo sviluppo della ricerca, per cui lo Stato viene concepito per augmentum scientiarum.
L’Utopia di Moro
Tommaso Moro, nella sua Utopia (1517), poco meno d’un secolo prima, aveva dato seguito a un’eredità machiavelliana di repubblica, la cui perfezione si basava sulla concordia tra la natura razionale dei cittadini e l’impegno nel lavoro produttivo; un benessere sociale armonizzato tra le varie componenti, financo qualora dovesse essere perseguito con una “giusta guerra” contro gli oziosi che trascurano di sfruttare le risorse necessarie alla comunità.
New Atlantis
Per Francesco Bacone (New Atlantis, 1624, ma pubblicato postumo e incompiuto quattro anni dopo la celebre edizione originale francofortese della “Civitas Solis. Idea reipublicae philosophicae” del 1623), la politica stessa sarà una tecnocrazia, nient’affatto democratica, poiché saldamente in mano agli scienziati, che devono governare in funzione del benessere dei cittadini, visto che il sapere non è frutto del singolo, bensì un lavoro d’équipe.
Libertas philosophandi
Il frate domenicano calabrese, già nella prima stesura (1602) in volgare fiorentino, che adottava quello stile dialogico tipico della tradizione esoterica platonica, coniuga utopia e profezia, filosofia e magia, con espliciti riferimenti al pitagorismo che riflette sulle forze della natura connettendole alla libertas philosophandi. Uno squarcio sulle possibilità di rigenerazione della società in ogni suo aspetto, una renovatio d’ogni ambito del vivere umano.
Il lavoro che “nega” l’ozio (negotium)
Il luogo prescelto per l’edificazione della città possiede quel clima ideale in cui tutti possono lavorare senza che alcuna attività venga considerata meno importante delle altre, purché a essa si attenda per almeno quattro ore al giorno, dedicandosi poi ai propri interessi artistici, scientifici e intellettuali, ma mai al tanto vituperato ozio improficuo.
La meridiana tetracicla
Con quegli imenotteri operosi (i nipoti del papa?), l’araldica barberiniana evoca simbolicamente il labor promosso nella Civitas Solis, quale premessa a una nuova età dell’oro e, nell’urbe “urbaniana”, renovatio prefigurata dal collocamento, nei giardini della residenza estiva del Quirinale, della meridiana tetracicla, secondo la denominazione kircheriana, per via dei quattro quadrati concavi borrominiani, che mostrano il corso del sole durante le ore di luce, in base al disegno del matematico Teodosio Rossi, mentre i pungiglioni delle api fungevano da gnomoni, e una citazione dal IV libro delle Georgiche di Virgilio, che ne descrive i vari lavori (quelle che fanno la cera – vv. 158-162, le nutrici- vv. 162-163, le operaie – v. 163-164, le guardiane – vv. 165-166, le ausiliarie che accolgono le operaie – vv. 167, e le guerriere che cacciano via i fuchi – vv. 167-168), le definiva guardiane e “osservatrici del cielo” (Sunt, quibus ad portas cecidit custodia sorti/ inque vicem speculantur aquas et nubila coeli, – Ci son quelle a cui è toccata in sorte di far la guardia alle porte,/ e a turno sorvegliano le piogge e le nubi del cielo… – vv. 165-166), che come il sole al mattino “si riversano agli usci” (Omnibus una quies operum, labor omnibus unus:/ mane ruunt portis, nusquam mora; rursus easdem/ Vespe rubi e pastu tandem decedere campis/ admonuit, tum tecta petunt, tum corpora curant;/ fit sonitus mussantque oras et limina circum. – Uno è per tutte il riposo e uno il lavoro:/ all’apertura dei cancelli non v’è indugio alcuno; ancora lo stesso/ all’ammonimento del Vespero ad abbandonare la pastura nei campi,/ poi cercano riparo, e si prendono cura del corpo;/ ronzano e frusciano attorno alle soglie. – vv. 184-188).
La sfera armillare tolemaica
Come contraltare il collis solis del Quirinale avrebbe avuto il “tempio della sapienza” di Palazzo Barberini. Nel 1631, Orazio Busini ne disegnò una cosmografia architettonica con cui replicare il modello della sfera armillare tolemaica. La terra occupa il centro del sistema rappresentato da un grande planisfero intarsiato nel pavimento del cortile e l’anello zodiacale sta a scandire la sequenza dei segni nelle dodici sale perimetrali, mentre le quattro sale delle stagioni indicano i periodi dell’anno.
Allegoria della Divina sapienza
Andrea Sacchi affresca l’Allegoria della Divina sapienza, i cui attributi sono illustrati da personificazioni delle virtù bibliche, lo specchio della Prudenza e lo scettro della divina Provvidenza, mentre il Sole raggiante ne orna il petto in corrispondenza del segno del Leone. Il rappresentante del gusto e della tradizione aulica dei Carracci ricevette la prima grande commissione artistica della sua carriera sotto il patronato del cardinale Antonio Barberini; avrebbe dovuto decorare la volta d’un salone di ricevimento della residenza papale.
Il Codice della Biblioteca Barberini, pubblicato per la prima volta da Giovanni Incisa della Rochetta, è il resoconto più antico, dettagliato e attendibile dell’iconografia dell’affresco del Sacchi individuata nel Libro della Sapienza quale fonte primaria dell’immaginario del pittore romano, dicendoci pure che il tema era “adatto al maestoso palazzo dei Barberini perché significava che quella fortunata famiglia era nata e scelta per governare la Chiesa al posto di Dio, e ciò fece con l’aiuto della Sapienza divina, che amava e venerava». L’ispirazione di Sacchi, per la rappresentazione de La Sapienza e i suoi attributi, l’autore del Codice (Bibl. vat., Barb. lat. 6529, misc. v, fol. 52) la individuava espressamente nei capitoli settimo e ottavo di quel testo deuterocanonico.
Il segno del Leone
Ma, questa commissione d’uno dei “cardinal nepoti” risale a un periodo (1629) in cui, secondo Georg Lechner (1976), lo stilese avrebbe già potuto suggerire di raffigurare il cielo nel giorno dell’elezione del papa, con la casa del segno cavalcata da un amorino con freccia, per specificare una congiunzione astrale particolarmente favorevole alla salute di Urbano VIII; ed emanazione della Sapienza, il Sole in netto contrasto con l’ammasso minaccioso di nuvole che avvolgono l’intero globo terraqueo. Riproducendo il modello che avrebbe dovuto avere il tempio collocato nel centro geometrico della Civitas Solis, l’allestimento del Sacchi, su indicazione di Campanella, sarebbe stato, nel suo complesso, utile a stornare tutti gli influssi negativi malevolmente evocati.
La pianificazione delle nascite
Fonte di disuguaglianza, la proprietà privata viene bandita, in quanto conseguenza di sproporzionata quanto ingiusta distribuzione di beni. E un bene pubblico si ritiene pure la pianificazione delle nascite, deputata alla “dura e ardua” comunità femminile, affinché non sia fonte di sofferenze, allorché attuata sconsideratamente.
Bindaice od Ocello Lucano di Grumentum?
Nel Περὶ νόμου (dubbio) in dialetto dorico, da Stobeo attribuito a Ocello Lucano , ma forse da ascrivere a sua sorella Bindaice, – che come Melissa, Mia e Teano, nella Scuola pitagorica di Crotone e Metaponto, si occupavano espressamente dell’educazione dei figli, doveri delle mogli e delle madri di famiglia, – si attribuisce a quest’ultima la funzione fondamentale della società, poiché se infelice la prima, lo è per intero e di conseguenza pure la seconda.
All’interno della famiglia il ruolo educativo spetta alla donna che deve formare dapprima l’individuo e poi il cittadino, ma se cardine sociale è sempre la legge, regola fondamentale resta l’amore. E fondato esclusivamente sull’amore è il matrimonio, che non può essere combinato sulla base della convenienza economica. Seppur accompagnato dal piacere, l’amore non ha come fine il piacere stesso, ma come scopo principe la continuità eterna della specie, immortale come gli dei, in quanto sempre rigenerantesi, laddove le singole creature sono soggette alla morte. L’amore diviene, dunque, anche della società forza rigeneratrice ed è pertanto che su di esso, a maggior ragione, deve fondarsi la famiglia.
I Solari di Campanella
I Solari di Campanella vanno oltre, non affidando al caso o ai sentimenti la procreazione, bensì ad accoppiamenti “giudiziosi”, proposti sulla base delle doti fisiche e morali e secondo l’ora dagli astri indicata propizia. L’eugenetica viene organizzata quindi da prestabilite funzioni garantite dal Sole e dagli altri pianeti astrologici.
“Il Amore ha cura della generazione, con unir li maschi e le femine in modo che faccin buona razza [Venus Genetrix]; e si riden di noi che attendemo alla razza de cani e cavalli, e trascuramo la nostra. Tien cura dell’educazione, delle medicine, spezierie, del seminare e raccogliere li frutti, delle biade, delle mense e d’ogni altra cosa pertinente al vitto [Flora] e vestito e coito, e ha molti maestri e maestre dedicate a queste arti… [le figlie di Mnemosine]”.
La comunione dei beni
Una volta fondata la nuova città, gli “indiani” fuggiaschi decidono di vivere in comunione dei beni, donne e uomini compresi; il che sarebbe paradossale per un popolo che lo stesso filosofo calabrese precisa subito che, nel paese d’origine, questa costumanza non la pratica.
Si tratta forse d’un richiamo al precedente illustre dell’utopia platonica? O forse, meglio, d’una forma d’«aristocratico» socialismo, ovvero una metafora in cui il dualismo filosofico dell’essere e le sue conseguenti antinomie umane e sociali non possono che essere immaginate, rappresentate, rispecchiate, e quindi in qualche modo “risolte” in un corpo sociale che tutte le trascenda e le tramuti, anche dopo averle sia sofferte e sia subite?
Il molteplice nel Tutto, il tutto nell’Uno
Il molteplice nel Tutto, il tutto nell’Uno, in una visione che riporta al grande pitagorico del III° secolo d. C., Plotino?
Quando, infatti, s’affronta il problema della procreazione la metafora si fa meno esplicita, ma più profonda e perciò indubbiamente anche più alchemica ed esoterica. La “purezza della razza” non è il risultato d’una semplice norma eugenetica o il prodotto di quella che oggi chiameremmo ingegneria genetica, – tutte regole alle quali gli abitanti della repubblica solare dovrebbero tuttavia attenersi, – quanto il risultato d’una “distillazione” operatasi in quell’Atanor d’una società fortemente gerarchizzata che, nell’impedire debolezze, impurità e inettitudini, nutre il proposito finale della palingenesi pitagorica, aspirando alla liberazione dalla stessa cadente e degenerata condizione umana, del tutto transitoria, verso un perdurante stato davvero numinoso.
Il “secreto” dei Solari
I Solari “hanno pur un secreto di rinovar la vita ogni sette anni, senz’afflizione, con bell’arte”. Non si tratta solo d’un invito a osservare una banale dieta alimentare e magari anche un regime di vita, rivolti alla semplice salute corporale, proprio per via di quel “secreto”, a cui si fa riferimento che non può non riguardare se non l’esercizio d’un’arte, secondo il linguaggio proprio di alchimisti ed ermetisti. La Città del Sole avrebbe dovuto costituire un modello per degli “esseri” che dovevano passare attraverso una “prima morte” e che, mediante l’esercizio d’una certa arte, si sarebbero avviati all’immortalità dello spirito congiuntamente forse pure a quella del corpo.
Coesistendo armoniosamente con una via interiore d’integrazione della coscienza individuale nella coscienza cosmica, tutte le tradizioni magico-alchemiche mirano alla perfezione del corpo e alla sua immortalità. Difatti, nel far cenno a “un’arte” militare e guerriera, i Solari “non temono la morte, perché tutti credono l’immortalità dell’anima, e che, morendo, s’accompagnino con li spiriti buoni o rei, secondo i meriti. Benché essi siano stati bragmani pitagorici, non credono trasmigrazione d’anima, se non per qualche giudizio di Dio”.
Ma, come i pitagorici mediterranei, ritengono che: «οἱ συνιέντες φανοῦσιν ὡς φωστῆρες τοῦ οὐρανοῦ καὶ […] ὡσεὶ τὰ ἄστρα τοῦ οὐρανοῦ εἰς τὸν αἰῶνα τοῦ αἰῶνος» (i saggi appaiono come i luminari del cielo e … come le stelle del cielo nei secoli dei secoli – Daniele XII: 3)
La Corte del Papa
“Il Metafisico tratta tutti questi negozi con loro [il triumvirato composto da Pon/potere, Sin/sapienza, Mor/amore], ché senza lui nulla si fa, e ogni cosa la communicano essi quattro, e dove il Metafisico inchina, son d’accordo.”.
E pare riconoscervi la corte pontificia di quel celebre nepotismo (corrispondente alla distribuzione delle cariche ai propri parenti, attuata da Urbano VIII, come pure, prima di lui, da Sisto IV, Paolo III, Alessandro VI, o Callisto III; e fino a che punto anticipatore forse, per certi versi, del neoguelfismo giobertiano?), intorno al quale svolazzano i tre ditteri mutati poi in insetti sociali che, volando di fiore in fiore, si nutrono del nettare da trasformare in miele; poiché Maffeo Vincenzo Barberini nominò cardinali entrambi i nipoti maschi, Francesco e Antonio, figli del fratello maggiore, Carlo, luogotenente generale dell’Esercito pontificio, visto che aveva intrapreso la carriera militare, e Gonfaloniere della Chiesa; creò inoltre cardinale anche il cognato Lorenzo Magalotti; e a Taddeo, terzo nipote, fratello dei cardinali Francesco e Antonio, dopo averlo scelto quale Comandante dell’esercito pontificio e Prefetto di Roma, favorì la successione dai Colonna di Sciarra a III principe di Palestrina.
Il cinismo e le ragioni di stato e di famiglia sembrano però inscindibili da un’autentica e visionaria passione per ogni campo della creazione artistica e del genio filosofico e scientifico, tale da mettere in atto progetti di grande respiro con enorme ricaduta sulla cultura europea.
Il Nome e lo stemma
I più prossimi ascendenti del 235º papa della Chiesa cattolica, poiché originari di Barberino Val d’Elsa, avevano cambiato l’originario cognome di Tafani (dal Casolare di “Tafania”) in quello di Barberini, così come i tre tafani presenti sullo stemma Maffeo li trasforma in tre nobili api operose, secondo una strategia di autorappresentazione talmente efficace e innovativa da essere d’esempio non solo per Luigi XIV, ma persino per Napoleone, poiché quella di Urbano VIII sarà un’impresa totale, tanto da coinvolgere dalla politica alla filosofia e dalla scienza alle arti visive, all’architettura, al teatro, alla poesia. Il suo mecenatismo rese quell’Urbe, richiamata dal nome (“cittadino” o “abitante della città” per antonomasia, – e unica a poter far da contraltare “all’Orbe”, nel senso di “mondo”, della locuzione latina al dativo: Urbi et Orbi o al genitivo: Urbis et Orbis della III declinazione di Urbs e Orbis) assunto da sommo pontefice, nella capitale del Barocco, arricchendola di chiese, palazzi, fontane e opere d’arte ancora oggi in grado di contrassegnarne l’identità, con firme prestigiose, quali quelle dei vari Nicolas Poussin (Martirio di Sant’Erasmo), Valentin de Boulogne (Allegoria di Roma), Simon Vouet (Angelo con la lancia della passione), Caravaggio (Ritratto di Maffeo Barberini), Andrea Sacchi (Giostra del Saracino), Filippo Gagliardi e Filippo Lauri (Giostra dei Caroselli in onore di Cristina di Svezia), ma soprattutto di Pietro da Cortona, Francesco Borromini, e Gian Lorenzo Bernini, che lasciarono la loro impronta indelebile sulla necessità di riaffermare l’universalità della Chiesa di Roma dopo lo scisma protestante.
Il Ritratto berniniano
Il Ritratto “parlante” di Urbano VIII, realizzato, nel 1632-33, da Gian Lorenzo Bernini, tra i contemporanei fu fonte di ammirato stupore, per essere stato concepito con quello sguardo del pontefice da cogliere nel suo animarsi grazie alla partecipazione attiva dello spettatore che deve girargli attorno.
La rivalità tra architetti
Nonostante la rivalità, determinata prevalentemente dal contrasto che nell’ambiente artistico romano contrapponeva gli architetti dalla formazione fondata sul disegno a quelli con una formazione eminentemente pratica, fu proprio Bernini, su sollecitazione del cardinale Francesco Barberini, a raccomandare per la carica di architetto della Sapienza, l’Università romana (1632), quel «nipote del Maderno».
In realtà, la madre di Borromini era imparentata alla lontana con Domenico Fontana, l’architetto di Sisto V e zio di Carlo Maderno, comunque conterraneo; anche il cognome originario era Castelli, ma a Roma, per evitare omonimie con altre maestranze edili (come pure con il matematico allievo di Galileo, Benedetto Castelli, o con l’ambasciatore del Duca di Mantova, monsignor Carlo Castelli), cominciò a firmarsi Borromini, in omaggio al santo lombardo.
«Chi va dietro agli altri non li va mai d’innanzi»
Il suo motto, «Chi va dietro agli altri non li va mai d’innanzi», non gli impediva quella certa qual acribia nel focalizzarsi sul cantiere, tanto che si diceva: «Lui medesimo governa al murator la cuciara, driza al stuchator il cuciarino, al faligname la sega, et il scarpello al scarpellino, al matonator la martinella, et al ferraro la lima». Le influenze culturali ricevute gli avevano fatto concepire l’architettura alla stessa stregua d’«uno studio di matematica pratica»; e questi stessi stimoli di cui era impregnato presero infine forma in un unicum della storia dell’Arte, nell’eccentrica cupola di Sant’Ivo alla Sapienza (1642-1660), come nella singolarità della chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane (1634): «così raro al parer di tutti che pare che non si trova altra simile nello artificioso et capriccioso, raro et straordinario in tutto il mondo. Questo testimoniano le diverse nazioni, che continuamente come arrivano a Roma solicitano haver il suo disegno».
Il teatro barberiniano
In occasione delle festività per il carnevale del 1642, il grandioso “teatro” (il cui portale era stato disegnato da Pietro da Cortona), adiacente a palazzo Barberini (Cortile della Cavallerizza), vide radunarsi una folla di migliaia di persone per assistere a una delle più stravaganti produzioni d’un già abbastanza rutilante repertorio barberiniano, ispirato all’ariosteo Orlando Furioso, con tanto di effetti speciali: Il palazzo incantato di Atlante. In quella circostanza, il Lauri dipinse le tante (più di duecento) figure tra spettatori e protagonisti della scena che compaiono in una grande tela (231×340 cm) sulla quale Gagliardi aveva composto gli sfondi architettonici.
Il ducato dei Farnese
Già da un anno, tuttavia, l’esercito pontificio era impegnato in un conflitto il cui scopo evidente era quello di attribuire ai discendenti del vicario di Cristo il ducato di Castro sottraendolo ai recalcitranti Farnese. Due anni dopo, il 29 luglio 1644, i suoi nipoti si videro costretti a rifugiarsi in Francia, dopo la morte dello zio e la conclusione d’un pontificato imbarazzante tanto per la famiglia quanto per il papato.
“Quod… fecerunt…”
Se soltanto avesse regnato qualche anno di meno, come ebbe a commentare, nel suo Diario Romano (1608-1670), Giacinto Gigli, Urbano VIII sarebbe stato considerato un grande sovrano anche dai suoi critici contemporanei. E invece a immortalarlo fu la pasquinata “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”, attribuibile all’ambasciatore del Duca di Mantova, monsignor Carlo Castelli, o allo stesso medico personale del Papa, Giulio Cesare Mancini, e relativa agli abusi edilizi commessi nella costruzione del fastoso Palazzo, a spese dei materiali depredati dal Colosseo, oppure come fondere le travature bronzee del pronao del Pantheon, per costruire il baldacchino di San Pietro e i cannoni di Castel Sant’Angelo.
Meno di mezzo secolo dopo, il fondatore di Germantown, in Pennsylvania, e redattore della prima protesta contro la schiavitù in America, Francis Daniel Pastorius, la locuzione la traspose in riferimento ad altri signori dell’epoca: “Quod morbus non potuit, fecerunt Medici“.
Pontificato spregiudicato e controverso
Da giovane dottore in utroque iure all’Università di Pisa, Maffeo Vincenzo Barberini era entrato nell’Accademia Fiorentina e in seguito anche in quella degli Alterati, sempre di Firenze, in quella degli Insensati di Perugia, dei Gelati di Bologna e degli Umoristi di Roma. Colto, abile, spregiudicato e controverso, è stato capace di suscitare in pari misura entusiasmi e ostilità, caratterizzando le complessità e le molte ombre del pontificato più lungo del XVII secolo.
Una preoccupante numerologia
Nato il 5 aprile 1568, fu eletto, a 55 anni, nel 1623, al 37º scrutinio, con cinquanta voti, dopo un conclave che si tenne per diciannove giorni, dal 19 luglio al 6 agosto, al quale parteciparono 55 cardinali, ma a causa d’una malattia, fu consacrato, 55 giorni dopo, il successivo 29 settembre, giorno di San Michele.
Durante il suo pontificato indisse ben nove giubilei straordinari (1624, 1627, 1628, 1629, 1631, 1634, 1636, 1638, 1643), – quattro volte per invocare l’aiuto di Dio, due volte nel mondo cattolico, una espressamente su Roma, l’altra senza specificare perché, altre due volte per la Chiesa, per le sue necessità e per allontanare da essa i pericoli, poi per i fedeli dell’Impero d’Etiopia, e ancora per chiedere la pace sulla penisola italiana, – ma soprattutto, per facilitare il pellegrinaggio alle sette chiese, sostituendo a quelle fuori le mura (San Sebastiano, San Paolo e San Lorenzo) visite cittadine a Santa Maria del Popolo, Santa Maria in Trastevere e San Lorenzo in Lucina, allo scopo di meglio lucrare sulle offerte delle indulgenze. Distinse comunque nettamente in due, tra beatificazione e canonizzazione, le procedure di quella “fabbrica dei santi”, tesa a riaffermare l’egemonia universale della Chiesa romana.
L’improvvida eclisse
Ma ad accrescere sin da subito il novero dei suoi oppositori fu probabilmente la sua politica espansionistica. Incamerò difatti, non appena poté, tutti i possedimenti del duca d’Urbino, Francesco Maria II Della Rovere, nominando un primo Governatore pontificio, e conferendo titolo di città a Urbania (ex Casteldurante, già Castel delle Ripe).
I suoi nemici pensarono di poter approfittare della fascinazione del pontefice per i responsi astrologici, e s’adoperarono nel divulgare una propria versione del suo oroscopo preparata ad hoc, facendo coincidere previsioni disastrose e di morte imminente in coincidenza con le eclissi del 1628 e del ‘30. Lo scopo della congiura sarebbe stato raggiunto anche solo nel rendere il Barberini incapace di proseguire nel suo mandato, – ed eventualmente avrebbero materialmente “aiutato” le previsioni facendolo assassinare (?).
Una fama ereditata da Pitagora e San Francesco da Paola
Data la fama d’astrologo del domenicano calabrese, il Papa volle consultarlo al fine di predisporre qualche “sottile” rimedio alla malefica predizione prospettatagli; intercedette quindi a suo favore presso Filippo IV, facendolo trasferire, da eretico, presso il Sant’Uffizio romano, così sottraendolo alle prigioni napoletane, dov’era recluso pure con l’accusa di cospirazione contro i governanti spagnoli.
I precedenti giudiziari
Nonostante la formale condanna degli oroscopi pronunciata da Sisto V nel 1589, l’astrologia era ampiamente tollerata, non certo la magia nera; e, già nel 1591, Campanella era stato arrestato con l’imputazione di pratiche demoniache, ma sostanzialmente per essere telesiano; all’inizio del 1594 fu nuovamente incarcerato con varie scuse: il possesso d’un libro di geomanzia, ma forse più per sostenere le opinioni atee di Democrito, ecc. ecc.; due anni dopo fu un condannato a morte per reati comuni, tal Scipione Prestinace, prima d’essere giustiziato, a chiamarlo di nuovo in causa con la motivazione dell’eresia.
L’avvento d’un nuovo “secolo”
Nei suoi appena abbozzati Articuli prophetales, dal passaggio d’una cometa e da altre coincidenze astrologiche, come pure da allagamenti e terremoti in Calabria, inondazioni del Po e del Tevere, Campanella predice l’avvento d’un nuovo “secolo”, preannunciato da tali fenomeni straordinari. Sin dai primi mesi del 1599 comincia a predicare quest’imminente ed epocale rivolgimento, intessendo in quella medesima estate una fitta trama di contatti finalizzata a progettare la costituzione in Calabria d’una repubblica ideale, comunistica e insieme teocratica, non disdegnando neppure l’intervento dei Turchi pur di scacciare gli Spagnoli.
Una saggia follia
Favorito dal fatto d’essere un religioso, sotto la giurisdizione del Sant’Uffizio, poté ritardare la prevedibile condanna alla pena capitale, con una disperata e rischiosissima strategia di difesa, quella di fingersi pazzo, poiché un insano di mente non poteva essere messo a morte dal Sant’Uffizio, neanche se eretico. Nelle prigioni napoletane trascorse oltre un quarto di secolo, durante il quale scrisse le sue opere più importanti: La Monarchia di Spagna (1600), Aforismi Politici (1601), Atheismus triumphatus (1605-1607), Quod reminiscetur (1606 ca.), Metaphysica (1609-1623), Theologia (1613-1624), e la sua famosa “utopia”, La città del Sole (1602), in cui vagheggia l’instaurazione d’una pacifica repubblica universale, felice perché retta su principi di giustizia naturale. E, addirittura, neppure s’astenne dall’intervenire nel “primo processo a Galileo Galilei”, con una coraggiosa Apologia (scritta nel 1616 e pubblicata nel 1622).
Esperto in magia apotropaica
Assurto al ruolo di consulente, esperto in campo astrologico e apotropaico, Campanella fece predisporre per il Papa una stanza apposita, tutta drappeggiata con candide lenzuola, inondata dal profumo del rosmarino bruciato negli incensieri, e da sigillare poi ermeticamente. Al centro della stanza pose due candele e cinque torce accese, in rappresentanza dei pianeti. A partire dall’estate del 1628, il palazzo del Quirinale diventò quindi luogo di riunioni segrete, nel corso delle quali venivano predisposte a difesa dall’incombere delle iatture malevole le operazioni cerimoniali da porre in atto, e descritte nel De fato siderali vitando, – purtroppo però intempestivamente pubblicato in appendice agli Astrologicorum libri nel 1629, con grave coinvolgimento dunque della più alta istituzione cristiana in pratiche esoteriche sospette. Nonostante il Papa fosse convinto che, impedendo il verificarsi delle profezie nefaste sul suo pontificato, quegli artifizi erano stati utili a proteggerlo dai pericoli inviatigli addosso, ufficialmente almeno, non avrebbe potuto tollerare uno scandalo di simili proporzioni, anche se attenuato dall’Apologeticus prontamente redatto da Campanella per evidenziare l’assoluta liceità della magia naturale di ficiniana memoria, i cui esperimenti si rifanno alla numerologia di tradizione pitagorica.
Il sodalizio esoterico di Santa Prassede
Pur praticandole in privato, da accademico colto e spregiudicato, quale sommo pontefice, Urbano VIII, ipocritamente, era costretto a non ammettere l’esercizio dell’occultismo con fermezza, tanto da averne approfittato per organizzare un suo personale regolamento di conti. Colpì energicamente il sodalizio esoterico di Santa Prassede, il cui abate vallombrosano, don Orazio Morandi, era per giunta un eminente esponente dell’ala progressista della Chiesa, in corrispondenza con Galileo e in ottimi rapporti con Giovanni de’ Medici, cultore d’alchimia e altre scienze proibite. Il vero motivo potrebbe essere stato però quello di vendicarsi del fatto che a far circolare, insieme con testi politici sulla corte romana, previsioni astrologiche sui futuri pontefici, era stato proprio Morandi.
Finché i pronostici di quest’ultimo mantennero un carattere criptico e ambiguo, non destarono scalpore, ma quando la previsione riguardante il futuro prossimo di Urbano VIII, venne accreditata anche da altri, come l’astronomo Francesco Lamponi, il prelato Francesco Usimbardi, o il poeta Francesco Bracciolini, l’appena consentita curiosità intellettuale cedette il posto, non solo a motivazioni schiettamente circostanziali, ma anche a una superiore esigenza sociale d’ordine pubblico; in particolare, nel creare in diversi ambienti religiosi un’atmosfera da sede vacante e nel solleticare premature aspirazioni di diversi cardinali papabili in una fase politicamente molto delicata, nella quale s’era determinato un aspro conflitto con la Corona spagnola. Soltanto un intimorito Raffaele Visconti contestò l’interpretazione dei dati astrologici secondo i quali il pontefice sarebbe morto nel 1630.
Il precipitare degli eventi
Così fu di notevole imbarazzo per papa Barberini quell’improvvida pubblicazione, probabilmente all’insaputa dell’autore, del De fato siderali vitando, a cui s’aggiunse presto una nuova cospirazione, portata avanti in Calabria da Tommaso Pignatelli, nel 1634; questo sovrapporsi di nuovi problemi a quelli passati inducono lo stilese ad accettare l’aiuto dell’ambasciatore francese de Noailles, onde riparare in Francia, alla corte di Luigi XIII, dove, protetto dal cardinale Richelieu e finanziato dal monarca, nel monastero parigino di Saint-Honoré, s’impegnerà a celebrare la nascita del futuro Re Sole (Ecloga in portentosam Delphini nativitatem), – in parte, emulando le vicende dell’eremita paolano che, centocinquant’anni prima, non guarì il monarca della casata dei Valois, il quale l’aveva chiamato al Castello di Plessis-lez-Tour nella speranza d’un miracolo; San Francesco fu tuttavia ricompensato dal successore, Carlo VIII, con la fondazione a Roma del convento annesso alla S. Trinitatis in Pincio, nel cui chiostro padre Emanuel Maignan gli dedicò, nel 1642, un’anamorfosi in grisaille: se la visuale laterale lo evidenzia orante presso un albero, quella frontale lo nasconde nel fitto paesaggio calabrese.
Giuseppe M. S. Ierace
Bibliografia essenziale:
Dumézil G. La religion romaine archaïque, avec un’appendice sur la religion des Étrusques, Payot, Paris 1964
Ierace G. M. S. Tommaso Campanella e la pratica dell’estasi filosofica, Viator, II, 1998
Ierace G. M. S. Tommaso Campanella, eretico e mago, alla corte di Urbano VIII e Luigi XIII, Calabria Sconosciuta, XXVI, 99, 63-64, Luglio-settembre 2003
Ierace G. M. S. Se Parigi teniv ‘u mare, iev ‘na piccola… Città del Sole, Calabria Letteraria, 254/255, 8-17, gennaio/giugno 2017
Ierace G. M. S. Roma occulta, Elixir, XIV, 101-111, 2018
Ierace G. M. S. Apocalisse/ Governo universale: “squilla” Campanella, Primordia, XXVIII, LIV,50-1, 2019
Ierace G. M. S. Sub Umbra alarum tuarum-All’ombra delle tue ali, Calabria Letteraria, 266, 7-16, gennaio/marzo 2020
Ierace G. M. S. Pitagora e il pitagorismo alle radici della filosofia, https://calabriapost.net/cultura/pitagora-e-il-pitagorismo-alle-radici-della-filosofia
Kinsley D. R. Hindu Goddesses: Vision of the Divine Feminine in the Hindu Religious Traditions, University of California Press, Berkeley and Los Angeles 1986
Lechner G. Tommaso Campanella and Andrea Sacchi’s Fresco Divina Sapientia in the Palazzo Barberini, Art bulletin, 58, 97-108, 1976
Lerner M.-P. Le panégyrique différé ou les aléas de la notice ‘Thomas Campanella’ des “Apes Urbanae”, Bruniana & Campanelliana, Vol. 7, No. 2, pp. 413-451, 2001
Quarta R. Roma Pitagorica – Filosofia, magia e musica nella capitale della cultura esoterica, Mediterranee, Roma 2023
Reghini A. Le parole sacre e di passo dei primi tre gradi ed il massimo mistero massonico, Atanòr, Roma 1922
Stalla R. L’opera architettonica di Francesco Borromini nel contesto politico, culturale e storico del Seicento Romano, in Richard Bösel & Christoph L. Frommel (a cura di), ‘Borromini e l’universo barocco’, Electa, Milano 1999
White D. G. The alchemical body: Siddha traditions in medieval India, University of Chicago Press, Chicago 1996


