Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

L’Associazione “Le Muse – Laboratorio delle Arti e delle Lettere” continua la sua programmazione, proponendo di settimana in settimana argomenti di grande interesse ed attualità. L’ultimo appuntamento è stato dedicato alla tematica sulla violenza sulle donne ed in particolare ad una mostra che nel suo percorso nazionale approda ora a Reggio. Un unico obiettivo ovvero un voler sfatare il pregiudizio sessista secondo cui una donna è responsabile della violenza subita a causa di ciò che indossava.
Un incontro che ha posto al centro la domanda, spesso posta in tribunale o nei media (vittimizzazione secondaria), che sposta ingiustamente l’attenzione dall’aggressore alla vittima così ha ribadito fermamente il presidente Muse prof. Giuseppe Livoti. In associazione nei mesi scorsi tale tematica è stata trattata con esperti da angolazioni diverse, in virtu’ di una corposa sinergia tra “Le Muse”, l’Archivio di Stato di Reggio Calabria e il Polo Liceale “Preti-Frangipane”. In quella occasione è stato ribadito un no comune sulla violenza sulle donne, un no creativo, visivo e documentale come traccia su cui poter costruire delle indicazioni importanti per la società odierna. Una interazione tra l’associazione, il mondo della scuola e l’istituzione dell’archivio che ha portato alla creazione di una installazione dal titolo “albero violato” come laboratorio di pratica collettiva, artistica e trasformativa che ha visto anche la presenza degli artisti e dei poeti del sodalizio reggino. A Reggio ora con la mostra “Come eri vestita…” proposta dall’associazione “Quote Rosa” e dalla sua presidente Anna Comi, l’itineranza di una esposizione che si occupa di sensibilizzazione. Indumenti normali, accompagnati dalle storie delle sopravvissute, dimostrano che la responsabilità “… è solo dell’aggressore”.
La psicologa Elisa Mottola – Delegata Muse Ricerca Psico – Medico – Scientifica si è soffermata sulle diversità di violenza di genere: “violenza fisica” ovvero atti che danneggiano l’integrità di cui femminicidio rappresenta la forma estrema; “violenza psicologica” con comportamenti volti a ledere la dignità e la salute mentale; “violenza sessuale” ovvero qualsiasi atto sessuale imposto contro la volontà, inclusi stupro, molestie. Ed ancora “violenza economica” con azioni che creano dipendenza economica, “violenza sociale” e isolamento con la limitazione della libertà personale. Tutto poiché l’uomo è continuamente in competizione con la donna e lo vede in perdita di potere.
Il dott. Giuseppe Cartella primario presso l’unità operativa di neurologia del Policlinico Madonna della Consolazione è partito dal concetto che sia l’uomo che la donna sono -vettori – di geni che a volte si comportano al di fuori della loro volontà. La genetica del comportamento, oggi, studia come il DNA influenzi i tratti della personalità, il temperamento e le abilità cognitive, dimostrando che molti atteggiamenti non sono solo appresi, ma parzialmente ereditati. I geni influenzano comportamenti come la socievolezza, l’aggressività e la ricerca di novità, interagendo costantemente con l’ambiente. Successivamente il noto professionista Cartella si è soffermato sul concetto di “gene egoista”, introdotto da Richard Dawkins nel 1976, che propone come l’unità fondamentale della selezione naturale non sia l’individuo o la specie, ma il gene. I geni sono visti come entità “egoiste” che manipolano gli organismi (definiti “macchine da sopravvivenza”) per replicarsi e propagarsi nel pool genetico. La ricerca genetica comportamentale sottolinea che la predisposizione genetica richiede spesso specifiche esposizioni ambientali per manifestarsi. Anna Comi presidente di “Quote Rosa” si è soffermata sul perché è stata realizzata questa mostra, necessaria ad annullare una delle narrazioni più pericolose sulle donne vittime di violenza che solitamente tende a colpevolizzare le vittime poiché un abito non giustifica la violenza. Una esposizione che parte proprio da una domanda, un quesito, una tipica domanda “vittimizzante” che sposta la colpa sulla donna. Occorre dunque scardinare stereotipi radicati nei contesti giudiziari e sociali. Un – survivor art installation visiva – per fare memoria e riflessione aperta e condivisa ribadendo una domanda che riecheggia in negativo nelle aule di giustizia, nella stampa, nella televisione e diventa una vera e propria allusione a un presunto nesso tra la violenza agita e gli abiti indossati da chi l’ha subìta scaricando sulle donne violentate una colpa ed anche una responsabilità per le donne violate. Un invito durante la mostra a leggere gli elementi giuridici e le storie esposte che hanno scandito i vari momenti della presentazione. Una riflessione comune che dovrebbe coinvolgere la famiglia e la scuola affinchè si possa comprendere al meglio cosa sia l’affettività. Si potrà risolvere tale problematica solo con una partecipazione attenta e condivisa poiché …nessun comportamento, nessun abbigliamento può giustificare la violenza ed occorre promuovere con forza i valori del rispetto, della dignità e dell’uguaglianza”.
