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DAR CARNE ALLE NOSTRE ISTITUZIONI

In fondo, sta a tutti mettersi alla ricerca di uomini e donne di sintesi, come diceva il grande sociologo padre Lebret, «tessitori di fraternità», capaci di dare carne alle nostre istituzioni, creatori di legami. L’auspicio è del Cardinal Matteo Maria Zuppi, presidente CEI. A recepirlo, farlo proprio, però, dovremmo impegnarci tutti. A qualsivoglia livello: dal circoscrizionale al comunale, dal metropolitano al regionale, fino ad entrar dentro gli emicicli di Camera e Senato. Senza scordar Palazzo Chigi e le sedi dei vari Ministeri.

Il parlamentino CEI è riunito in quel di Roma. Come da prassi, al lunedì, tocca al Cardinale Presidente dare avvio ai lavori con una prolusione.

E Zuppi, pratico e fraterno, offre parecchi motivi per riflettere. È anzitutto opportuno mettere da parte ciò che divide e cercare quello che unisce, non giustificare mai la divisione e la malevolenza, cercare sempre la via della riconciliazione. E poi: la Chiesa, nella società, si presenta sola e libera, amica, pronta a collaborare al bene comune. Ma non fa blocco con nessuna forza politica o sociale. Tant’è che, sottolinea Zuppi, la Chiesa non farà venir meno l’attenzione su temi su cui si gioca il futuro della nostra civiltà. La presenza ecclesiale non nasce dalla ricerca di spazio, ma da una responsabilità evangelica. Non è un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio. Non è l’aggiunta pratica a una fede privata, ma il modo con cui la carità rende visibile il Vangelo. La Chiesa, infatti, non vive per sé stessa. Pertanto, evidenzia il Cardinale Arcivescovo di Bologna, la presenza ecclesiale nel tempo e nella storia è l’opposto della contrapposizione sterile, della polemica permanente, dell’irrigidimento che difende ma non genera, che delimita ma non incontra. Il dialogo non annacqua la verità. Al contrario, la rende ospitale, la rende credibile, la rende prossima. Una Chiesa che parla senza ascoltare finisce per non dire nulla. Una Chiesa che ascolta senza avere più nulla da dire tradisce il Vangelo. Una Chiesa che entra nel dialogo evangelicamente sa invece incontrare ogni persona senza perdere nulla della propria identità. Tant’è, che, oggi, uno dei compiti più urgenti è il custodire e promuovere uno stile capace di incontro, di ascolto, di amicizia sociale, di pazienza, di umiltà, di libertà interiore

Introduce, poi, Zuppi, alcuni rischi. Tra questi, quello del disimpegno; quello di sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune. Non spetta direttamente alla Chiesa fare politica. Ma proprio per questo spetta alla Chiesa, con ancora maggiore passione, formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità. C’è poi il rischio di una politica o di organizzazioni sociali che pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti. Quando questo accade, si fa male alla politica e si fa male alla Chiesa. La comunità cristiana, invece, resta fedele a una distinzione alta e necessaria: riconosce l’autorità politica come servizio al bene comune, ma conserva la libertà di parola e di giudizio quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, quando si calpestano i poveri, quando la forza prende il posto del diritto.

Insomma, continua Zuppi, è importante non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri… Le trasformazioni in corso dal punto di vista sociale e politico, le guerre e le disuguaglianze, i benefici e i pericoli che provengono dall’intelligenza artificiale e da chi detiene il controllo degli algoritmi possono accrescere contrapposizioni piuttosto che generare unità.

E poiché l’intervento del Cardinale Presidente accade mentre è in corso lo spoglio delle schede del referendum, Zuppi così chiosa: mentre stanno arrivando i risultati del referendum costituzionale confermativo sulla riforma della giustizia – e su questo avremo modo di elaborare una riflessione più attenta – vorrei rilevare tre aspetti. Innanzitutto, l’attenzione rivolta a questo appuntamento nonostante le pericolose polarizzazioni che non hanno aiutato a comprendere la materia di fondo e quella opinabile. In secondo luogo, la partecipazione: questa sta al cuore della nostra Costituzione e, pur tra le differenze, permette a tutti e a ciascuno di esprimersi al meglio. Il dibattito che ha preceduto il referendum e i dati di affluenza confermano l’importanza di ragionare sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre per molte difficoltà. Tenendo sempre conto dell’equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che tutti devono preservare, ci auguriamo – ed è il terzo punto – che sia scelta la via di un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca dell’indispensabile consenso possibile attorno a soluzioni di bene.

Ora, il quesito spontaneo spunta: ma, in noi, popolo di Dio nato alla Vita e alla fede in questo fazzoletto di Storia battezzato Reggio Calabria cosa provoca la prolusione del Cardinale Zuppi?

Di certo, incamminandoci verso le elezioni amministrative di fine maggio, siamo chiamati a metterci alla ricerca di Donne e Uomini che, candidandosi, dimostrino d’aver talento per l’amministrazione comunale/circoscrizionale, che, chiedendoci il voto, esternino cosa e come, e su quali fondamenta economiche, intendano realizzare per la crescita del territorio nostro, che, infine, lasciandoci sul tavolo del soggiorno immaginette variopinte e facsimili ricchi di slogan sgraffignati su qualche sito internet, si premurino di lasciarci pure quel foglietto che attesta il loro essersi candidati a tempo, per lottare per il bene comune e che, soprattutto, non indosseranno, all’occorrenza, l’abito della quaglia. Del famoso salto, in corso d’opera, per opportunismo e tornaconto personale, siamo stufi. Ma davvero, eh!

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