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Mediterranea

E’ TUTTA UNA TUA IMMAGINAZIONE!

«E’ tutta una tua immaginazione!», in genere, si dice di un evento (raccontato da un altra persona) rispetto al quale non vi è alcuna corrispondenza reale. Dunque, l’ Immaginazione (Il Mulino, Bologna, 1996) di Maurizio Ferraris ci potrebbe condurre lungo strade indipendenti da quello che effettivamente il filosofo di Torino scrive nel suo libro? C’è da considerare il «tempo»; due eventi accadono simultaneamente quando il tempo è lo stesso per entrambi, ma i due eventi sono fra loro diversi. E se si potessero permutare? O commutare? A accade nello stesso tempo di B e B nello stesso tempo di A. Gli eventi continuano ad essere diversi fra loro, ma il tempo li rende uguali nella dimensione verticale; nell’anima diremmo. In questo senso, l’immaginazione, per Ferraris, è caratterizzata da un meccanismo duale (o duplice). Da un lato, «in quanto recepisce le immagini», essa è «passiva». Dall’altro lato, «in quanto nel ritenerle idealizza (ossia conserva l’impressione senza la materia), è attiva». L’immaginazione, dunque, è «un unico gesto». Una notae composta da iscrizione e ritenzione. Registrazione e mantenimento. Inclusione e conservazione. Nello specifico, accade che «se una sensazione mi tocca, poi svanisce, me ne resta la traccia nella memoria oscura e  istantanea del senso. La traccia si iscrive: è passività; ma, iscrivendosi, si idealizza, predisponendosi per l’attività. Questo però avviene in un unico gesto, in cui l’iscrizione sensibile e le ritenzione intellegibile non si distinguono». Maurizio Ferraris, in sostanza, dichiara che «nel pozzo e nella notte dell’anima» esistono delle determinate tracce. «Nota, ciò che oggi intendiamo per lo più come indice musicale, o come l’appunto a piè di pagina (…) è un termine sopraordinato alla distinzione tra immagine e concetto». Un tono, una nuance, una annotazione, un iscrizione, una messa in memoria,  qualcosa che è come se io non l’avessi affatto percepito, un monogramma, un geroglifico, un carattere, un esponente, un ideogramma e un alfabeto. A questo punto, l’immaginazione diventa «quell’apparenza che ci dà l’immagine sensibile, a cui non corrisponde con esattezza nulla di esterno». C’è in questa definizione una doppia presenza: intanto l’indipendenza dell’immaginazione dalle cose reali, e, poi, la possibilità di evocare e produrre immagini che sono, sempre, raffigurazione e traccia (di qualcos’altro). Insomma, Il mondo come traccia e rappresentazione, volendo aggiornare Arthur Schopenhauer. Intesa in questo modo, l’immaginazione si fa distinta dalla fantasia che appare come un immaginazione sregolata, fittizia e, anche, stravagante -almeno dal XVIII secolo in poi. Ma, sempre se si considera l’immaginazione come qualcosa che ha a che fare con le idee; e la fantasia, invece,  col posticcio e l’irreale; e sempre se si tiene presente non solo che il Romanticismo intende la fantasia come produttiva (creatrice) dando luogo all’estetica moderna, ma anche che «immaginazione è la ritenzione dell’essente, fantasia la sua elaborazione». Per Maurizio Ferraris, dunque, l’immaginazione è riproduttiva. Ed è animata dal principio della reversibilità. Che cosa sono, dunque, queste notae? Esse «recano significato senza aiuto o intervento delle parole». Vengono «prima» dell’ intelletto e della sensibilità e servono per rendere noto, attestare, far capire, far rendere conto ovvero per far conoscere le cose. Sono un aiuto e un sussidio, un segnale e un insegnamento. Un esempio, uno schema, un ampliamento; «”pittura e carattere”, nel senso che qui sin usa “una sola figura come segno di parecchie cose». Natura e cultura, lo psichico e il reale scaturiscono, quindi, da un doppio meccanismo (che ferma il tempo e moltiplica gli enti nello spazio) rispetto al quale Maurizio Ferraris dichiara di voler «seguire questa feconda indicazione dell’estetica nel senso di Baumgarten, come scienza della cognizione sensibile di immagini chiare e non per questo distinte». «E’ tutta una tua immaginazione!», dunque, ha senso solo se chi afferma questo si sta affidando troppo al potere dei sensi. Ma già Renato Cartesio, nella Prima delle sue Meditazioni metafisiche, aveva spiegato che: «Ho qualche volta provato che questi sensi erano ingannatori, ed è regola di prudenza  non fidarsi mai interamente di quelli che ci hanno una volta ingannati».

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