Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

Fondamentalmente è un monologo: lungo, potente, incisivo.
Siamo nell’agosto del 1980 e Giorgio Gaber compone “Io se fossi Dio”, un brano, dalla durata di circa quattordici minuti, ch’è vero e proprio atto d’accusa rivolto all’italica politica, nonché alla società del Bel Paese. E con una conclusione che svela il desiderio di distaccarsi, da tutto, da tutti: “perché la lontananza è l’unica vendetta, è l’unico perdono”, annota Gaber.
Trascorsi alcuni decenni dal lancio di quel singolo, pubblicato, perché la Dischi Ricordi temeva censure, con la piccola etichetta di Sergio De Gennaro, la F1 Team, è Vincenzo Furfaro a riprendere in mano il testo, creando un delizioso libriccino spedito in libreria da Città del Sole Edizioni.
S’intitola “Sono morto ma non lo sapevo” ed è stato presentato, lo scorso ventuno di giugno, presso la Biblioteca Comunale “Tito Renda” di Taurianova.
Tante le figure istituzionali e culturali locali che hanno preso parte ad un evento più unico che raro: l’ex Onorevole Angela Napoli, da sempre simbolo di impegno per la legalità, Maria Fedele, Assessore alla Cultura di Taurianova, Annamaria Fazzari, Presidente della Consulta delle Associazioni, Nello Stranges, Vicepresidente della Pro Loco, e Giuseppe Zampogna, Sindaco di Scido e Consigliere Metropolitano.
E a rendere ancora più interessante l’iniziativa c’ha pensato Agostino Pantano, giornalista, che ha dialogato con l’autore con straordinaria intelligenza e sensibilità: n’è venuto fuori un vero e proprio scossone culturale e politico. Il confronto ha infatti messo in discussione molte certezze consolidate intorno alla figura di Giorgio Gaber, restituendone un’immagine più complessa, scomoda e profondamente politica.
Furfaro, con uno stile diretto, tagliente e privo di retorica, ha riportato l’attenzione su una delle canzoni più controverse del repertorio gaberiano, capace di smontare miti e mode ideologiche dell’epoca, degli anni ’70, ponendo dubbi radicali sul pensiero dominante della sinistra extraparlamentare. Attraverso l’analisi delle parole – come quelle sul “non andare in India o in Turchia” o la critica all’avallo dell’azione brigatista – Furfaro dipinge un Gaber opposto alla sinistra radicale degli anni ’70 e ’80, rifiutando l’idea di un artista organico al pensiero progressista. Una posizione coraggiosa, che l’autore ha voluto indagare pur dichiarando la distanza politica tra sé (di destra) e lo stesso Gaber (comunista), sottolineandone però l’onestà intellettuale e il coraggio civile.
Per molti dei presenti, la figura di Gaber emersa dalle parole di Furfaro è stata una vera rivelazione: un artista critico, lucido, quasi profetico, il cui pensiero continua a provocare anche oggi. Furfaro non si è fermato al passato: ha esteso la sua analisi alla sinistra contemporanea, tracciando un parallelismo tra le derive ideologiche di allora e le ambiguità odierne, arrivando a una feroce e documentata critica dell’attuale panorama politico.
Un animato dibattito, un lungo e conclusivo applauso hanno fatto calar la tela su un’iniziativa che, sottolinea Furfaro, “ha avuto carattere pluralista. E chi c’era è tornato, alla fine, a casa felice!”
