LA RIVOLUZIONE CULTURALE DI ALEC ROSS: METTERE INSIEME INTELLIGENZA E SAGGEZZA
Son 192 pagine, che l’editore Feltrinelli ha spedito in libreria lo scorso ventisei di maggio....

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Intervista a Mattia Emanuele, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Città Metropolitana di Reggio Calabria
Piazza Italia, punto d’incontro cittadino per ragazzi, giovani e pure adulti. Mattia Emanuele, Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Città Metropolitana di Reggio Calabria, accetta, proprio lì, di scambiar con noi qualche battuta, attorno a quel tragico episodio accaduto a Roseto degli Abruzzi: un giovane di 27 anni trovato morto davanti al computer, con una maschera antigas collegata a una bomboletta di gas. Le prime ipotesi parlano di una possibile sfida online.
“È una tragedia – attacca Emanuele – che scuote profondamente le coscienze. Quando un giovane, nella solitudine della propria stanza, arriva a rischiare la vita in nome di una sfida o di un riconoscimento digitale, significa che siamo davanti a un fallimento culturale. Come comunità adulta – argomenta il Garante – ovvero famiglie, scuola e istituzioni, non possiamo accettare che la logica della visibilità diventi più importante della vita stessa. La vicenda di Teramo è un campanello d’allarme che ci obbliga a guardare in faccia la realtà: i ragazzi non cercano solo divertimento, cercano identità, appartenenza, riconoscimento. E purtroppo lo trovano in un algoritmo, non in un volto umano”.
Più volte, lei, ha parlato di “sfida culturale”: dunque non siamo innanzi a un problema meramente tecnologico?
“La tecnologia da sola non è né buona né cattiva. Sono gli usi che se ne fanno, e i messaggi che la società trasmette, a trasformarla in un’opportunità o in un rischio. Oggi l’algoritmo premia ciò che genera shock, emozione immediata e viralità. I ragazzi, di conseguenza, si mettono in gioco non per crescere o imparare, ma per essere visti. È un cortocircuito culturale: il valore non è più ciò che sei, ma quanto riesci a “fare contenuto”. E questo è devastante. La sfida non si risolve con un divieto, ma con un profondo cambiamento culturale ed educativo”.
Insomma, siamo in presenza di una vera e propria “deriva digitale”: e, concretamente, i rischi?
“I rischi sono molteplici e vanno ben oltre il singolo gesto estremo. C’è il pericolo per la vita stessa: sfide come quelle viste negli ultimi anni hanno causato incidenti mortali. C’è la pressione sociale: chi non partecipa alle sfide si sente escluso, “meno degli altri”. Assistiamo, poi, a una distorsione identitaria: l’autostima viene misurata in base alla visibilità, non alle qualità personali. Infine, la normalizzazione della trasgressione: il pericolo smette di essere percepito come tale e diventa spettacolo. Tutto ciò mina la crescita equilibrata dei ragazzi”.
Il quadro normativo in Italia è già piuttosto ricco. Penso alla Legge sul cyberbullismo del 2017, al GDPR o al D.Lgs. 39/2021 sul Safeguarding nello sport. Non bastano?
“Sono strumenti fondamentali, e come Garante riconosco l’impegno delle istituzioni nazionali. Ma le leggi, da sole, non bastano. Non è con un divieto che impediremo a un ragazzo di cliccare “rec” su una sfida pericolosa. Quello che serve è una rete educativa capace di agire in profondità: scuola, famiglie, servizi sociali, associazioni, comunità locali”.
E quali potrebbero essere delle ipotetiche e concrete linee d’intervento?
“Le linee di azione che ritengo prioritarie sono cinque. Educazione al pensiero critico digitale: introdurre percorsi scolastici che spieghino come funzionano gli algoritmi e aiutino i ragazzi a leggere il mondo digitale con consapevolezza. Spazi di riconoscimento autentico: dare ai giovani alternative concrete – sport, arte, volontariato – dove possano sentirsi visti e valorizzati senza rischiare la vita. Formazione per genitori ed educatori: non basta sorvegliare i ragazzi, bisogna accompagnarli, ascoltarli e aiutarli a distinguere tra reale e virtuale. Safeguarding digitale: estendere al mondo online le logiche di tutela già previste nello sport, proteggendo i minori da sfide, abusi e pressioni psicologiche. Rete di prevenzione precoce: rafforzare il lavoro integrato di scuole, servizi sociali e sanità per intercettare segnali di disagio prima che sfocino in tragedia”.
E per concludere…
“Vorrei dire ai ragazzi – chiosa Mattia Emanuele – che la loro vita vale infinitamente più di qualunque contenuto virale. E agli adulti: non lasciamoli soli. Serve una comunità che sappia riconoscere e valorizzare i giovani per quello che sono, non per ciò che riescono a fare davanti a una telecamera.
La vera sfida non è quella dei social: è restituire ai ragazzi il diritto di crescere in sicurezza, con dignità e con autentico riconoscimento”.
Affinché da nessun’altra parte accada nuovamente quel ch’è successo nel teramano.
