Fondazione Corrado Alvaro, il TAR annulla il commissariamento: bocciata la decisione della Prefettura
SAN LUCA – Il Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria ha annullato il provvedimento con cui...

SAN LUCA – Il Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria ha annullato il provvedimento con cui...

Le parole con cui il poeta Virgilio descrive lo Stretto di Messina cantano di un territorio unico che il mare, entrando, rose e separò.
Il MaR fra mezzo vuole essere la citazione di quel movimento che, pur agendo da separatore, tocca entità territoriali, linguistiche e culturali anticamente unite.
Lo Stretto che unisce Messina e Reggio Calabria è un territorio prezioso e occorre valorizzarlo per la sua unicità e per ciò che storicamente è: meta di migrazioni, luogo di accoglienza e accettazione di entità culturali diverse, bacino di fermenti artistici e, pertanto, ambito naturalmente votato alla pace per comunicare un messaggio che porti all’ambiziosa creazione di un futuro culturale sostenibile.
Le scrittrici Agata De Luca e Daniela Scuncia, ideatrici e promotrici dell’iniziativa hanno trovato risonanza in un contesto di autrici e autori di entrambe le sponde che incarnano un comune desiderio di vicinanza e confronto.
Un insieme di scrittori, intellettuali e artisti si è pertanto unito in un gruppo di scopo, proponendosi di valorizzare un mondo intellettuale e una espressività artistica che possono essere vettore di interazione e confronto. L’azione congiunta del fermento culturale strettese, vede la nascita di un movimento che vuole ampliare i confini, divenendo centro aggregante e serio interlocutore di riferimento di un dialogo nazionale e internazionale fondato sull’apertura.
Il primo tra i Percorsi progettuali realizzati è un Contest dal titolo Il MaR fra mezzo, aperto a tutti coloro che vantano un’appartenenza all’area culturale dello Stretto di Messina, per nascita, adozione o scelta. Il Contest, avviato lo scorso ottobre, ha appena chiuso i lavori, presentando oggi, grazie alla collaborazione di CalabriaPost, il racconto secondo classificato.
Molti altri progetti sono in cantiere per il futuro e per ogni aggiornamento si invita a seguire le pagine social ilmarframezzo.
*** *** ***
I villini svizzeri
racconto di Domenico D’Aguì
C’è una crepa, una crepa in ogni cosa. È così che entra la luce.
Leonard Cohen
Mia nonna parlava poco del terremoto.
Diceva solo: “Il mare si ritirò, poi tornò rabbioso.”
Il resto lo teneva chiuso in un punto preciso dietro gli occhi, dove le parole non arrivano.
Ricordava invece tutto dell’attraversamento.
Gennaio 1909, una barca da pesca trasformata in traghetto. Il prezzo: una catenina d’oro e due orecchini che erano stati di sua nonna. Il mare gonfio, le coste sventrate visibili da entrambi i lati dello Stretto. Messina fumava ancora, Reggio Calabria era un cumulo di pietre tra le quali si potevano scorgere i primi ripari di fortuna.
Sua madre – la mia bisnonna – stringeva un fagotto con dentro qual-che abito, una fotografia e nient’altro. “Abbiamo parenti a Reggio.”, ripeteva come una preghiera. “Nel quartiere di Santa Caterina.”
Li trovarono dopo tre giorni di ricerche tra macerie e accampamenti. Vivi, stipati in una tenda improvvisata, insieme ad altri superstiti.
Ci fu un momento di silenzio – quella diffidenza che nasce quando la miseria deve dividersi con altra miseria – poi la mia bisnonna disse semplicemente: “Siamo qui.”
E furono accolte.
Mia nonna aveva ventidue anni e mani da signora. In tre mesi imparò a usarle diversamente. Trovò lavoro alla filanda Cogliandro, una delle poche rimaste in piedi. Dodici ore al giorno tra vapore e bozzoli di seta. Tornava a sera con le dita gonfie e addosso un odore dolciastro che non va via nemmeno lavandosi.
Mio nonno arrivò sei mesi dopo.
Veniva da Palizzi, nell’entroterra ionico. Geometra, trentadue anni, proprietario di un vigneto che dava più pietre che uva. Aveva capito quello che molti tardavano a comprendere: Reggio avrebbe impiegato anni a risorgere, e quegli anni significavano lavoro. Si trasferì portando con sé solo una valigia consunta e un rotolo di progetti sotto il braccio.
Lo assunsero subito.
C’era da ricostruire tutto: case, scuole, chiese, perfino le fogne. Lui dirigeva i cantieri, controllava i materiali, firmava verbali. Un giorno, l’impresa gli affidò il consolidamento della filanda Cogliandro. “Subito dopo il terremoto abbiamo messo in sicurezza le strutture portanti ma restano ancora parecchie cose da sistemare.”, spiegò il proprietario. “Veda lei cosa occorre fare.”
Entrò in un pomeriggio di luglio.
Il caldo era feroce, il rumore dei macchinari assordante. Le operaie la-voravano curve, i capelli legati stretti, le mani veloci sui fili. Lui osservava le travi, le crepe nei muri, prendeva appunti. Poi alzò lo sguardo.
Lei era alla terza postazione da sinistra. Non la più giovane, non la più bella. Ma teneva la schiena dritta in un modo che sembrava una sfida. Al mondo, alla fatica, a qualcosa che lui non sapeva ancora.
Chiese al proprietario: “Quella donna, chi è?”
“Ines Santoro. Vedova, arrivata anni fa dalla Sicilia dopo la sventura che ci ha colpito. Brava lavoratrice, ma chiusa. Non parla con nessuno.”
Mio nonno tornò il giorno dopo. E quello dopo ancora. Trovava sempre una scusa: verificare una trave, controllare la perdita di una conduttura, misurare qualcosa. La osservava di nascosto. Lei faceva finta di niente, ma aveva notato quegli sguardi.
La terza volta lui provò a rivolgerle la parola. “Buongiorno, signora.”
Lei non rispose.
“Dico a voi, signora Ines.”
“Ancora qui, signor geometra?” chiese lei senza alzare la testa dal suo lavoro.
“C’è una crepa che mi preoccupa,” rispose lui.
“La crepa è nel muro o nei vostri pensieri?”
“In entrambi, signora Ines.”
Lei alzò gli occhi, brevemente. “Non è decoroso, signor geometra.”
“Cosa non è decoroso? Salutare?”
“Voi sapete bene cosa intendo.”
Lui sorrise. “Avete ragione. Chiedo scusa.”
Ma continuò a tornare.
Le altre operaie cominciarono a notarlo. Bisbiglii, sorrisetti complici e allusivi… Qualcuna canzonava Ines: “Ti guarda sempre, quello.” Lei rispondeva secca: “Non mi guarda nessuno. Fate il vostro lavoro.”
Ma aveva iniziato a lavare il grembiule più spesso.
Una sera, lui la aspettò fuori. Lei uscì stanca, il viso segnato dal vapore. Lo vide appoggiato al muro, il cappello in mano.
“Di nuovo voi.”
“Posso accompagnarvi?”
“No.”
“Solo fino all’angolo.”
“Ho detto di no.”
Lui non si mosse. “Perché vi ostinate a respingermi?”
Lei si voltò, gli occhi improvvisamente duri. “Perché sono una vedo-va, signor geometra. E una vedova non si accompagna con nessuno. Non ride, non esce, non si rifà una vita. Porta il lutto e basta. Questo dice la gente, questo vuole la famiglia mia. È giusto così.”
“Giusto per chi?”
“Per tutti.”
“E per voi?”
Silenzio. Poi lei abbassò lo sguardo. “Per me non conta…”
“Invece conta.”, disse lui piano. “Voi avete trent’anni…”
“Ne avevo ventidue quando sono rimasta vedova. Otto anni fa. E da otto anni vivo così.”
“E volete vivere così per altri cinquanta?”
Lei non rispose. Si mise a camminare. Lui le andò dietro, a distanza. Non parlarono. Arrivati sotto casa – una baracca di lamiera condivisa con altri – lei si fermò.
“Non tornate più alla filanda.”, disse senza voltarsi.
“Ci devo tornare. Il lavoro non è finito.”
“Allora fate finta di non vedermi.”
“Non ci riesco.”
Lei entrò senza salutare.
Ma la sera dopo era di nuovo fuori, lui ad aspettarla. E quella dopo ancora. Finché una sera lei, invece di passargli davanti, si fermò.
“Siete testardo.”
“Sì.”
“E incosciente.”
“Anche.”
“La gente parla già. Mia madre mi ha chiesto chi è quell’uomo che mi aspetta.”
“E cosa le avete risposto?”
“Niente. Ma non potrò tacere ancora a lungo…”
Lui fece un passo avanti. “Allora non tacete. Ditele che vi voglio sposare.”
Lei lo guardò come si guarda un pazzo. “Sposare?”
“Sì.”
“Io sono una vedova siciliana senza un soldo, con le mani rovinate dalla filanda. Voi siete un geometra, avete un lavoro, un futuro. Per-ché dovreste rovinarvi così?”
Lui le prese una mano. Lei cercò di ritirarla, ma lui la tenne. La guardò: calli, piccole ustioni, unghie spezzate…
“Queste sono le mani di chi non si è arresa.”, disse. “Io le trovo bellissime.”
Lei pianse. Piano, senza singhiozzi. Lacrime che scendevano e basta.
“Mia madre non verrà al matrimonio.”, sussurrò.
“Lo so.”
“La gente ci giudicherà.”
“Lo so.”
“E io… io non so se riesco a ricominciare…”
“Allora ricominciamo insieme.”
Si sposarono tre mesi dopo, in municipio. Testimoni: due colleghi per lui, un’operaia per lei. La madre non si presentò. Qualcuno, ai margini della piazzetta, fece commenti. Qualcun altro sorrise.
Il trasloco occupò il tempo di un tragitto a piedi. Le cose di Ines stava-no in una cesta di vimini; i libri e i tecnigrafi di lui in due casse di legno. Andarono verso la loro nuova casa senza parlare, come se il peso di quello che stavano facendo fosse tutto nel silenzio tra i loro passi.
Davanti alla porta, lui tirò fuori la chiave d’ottone.
“È piccola.”, disse lei, guardando la struttura.
“È solida.”, rispose lui.
Entrarono. L’odore del pino era così forte da sembrare solido. Ines toc-cò una parete.
“Sembra finta. Troppo leggera.”
“È ingegneria. Se la terra trema, questa casa balla. Ma non cade.”
“Le case devono stare ferme.”, ribatté lei, senza guardarlo.
“Le case devono proteggere. Questa lo farà.”
Ines si mosse tra le due stanze. Si fermò davanti alla finestra che dava sullo Stretto. Da lì, Messina era una linea grigia e piatta, un ricordo che cercava di non farsi guardare.
“C’è corrente d’aria?”, chiese.
“No. Gli incastri sono perfetti. Gli svizzeri sanno il fatto loro.”
Quella sera mangiarono seduti su una cassa. Pane duro e olive.
“Tua madre non è venuta.”, disse lui, rompendo il silenzio.
“Mia madre è rimasta al terremoto. Io sono qui.”
“Sei pentita?”
Ines posò il pane. Lo guardò negli occhi, per la prima volta da quando erano usciti dal municipio.
“Ho smesso di contare i pentimenti otto anni fa. Adesso mangiamo.”
Il villino emetteva piccoli schiocchi secchi. Le assi si assestavano sotto il loro peso, come un corpo che prende fiato. Non era il rumore sinistro dei muri che cedono; era il suono del legno che imparava a conoscerli.
La piccola abitazione era uno dei Villini Svizzeri, quelle casette di legno donate dalla Confederazione Elvetica agli sfollati. Due stanze, un tetto spiovente, pareti sottili.
Ma erano loro. E bastava.
La sera, seduti sul gradino davanti casa, guardavano lo Stretto.
Lei dalla Sicilia, lui dalla Calabria. Due coste, un mare in mezzo.
All’inizio tutto aveva un suono diverso. Qualche volta il vento faceva vibrare le pareti come le corde di uno strumento male accordato.
La notte si sentivano voci lontane, passi, pianti di bambini, colpi di tosse. Era un quartiere di legno e di attese, abitato da persone che ave-vano perso quasi tutto e che, proprio per questo, tenevano stretto quel poco che restava.
Ines imparò a distinguere i rumori del villino come si fa con un corpo nuovo: scricchiolii, silenzi, il cigolio del pavimento di legno.
Ogni mattina, aprendo la porta, aveva la sensazione di ricominciare da capo.
“Sembra impossibile che sia successo davvero.”, disse lei una sera.
“Cosa?”
“Tutto questo. Il terremoto, la traversata, la filanda, voi…”
“Invece è successo.”
“A volte penso che dovrei ancora portare il lutto…”
Lui le prese la mano. “Il lutto lo abbiamo portato tutti, Ines. Ma adesso basta.”
Un anno dopo, nacque mio padre, in quella casetta di legno. Figlio di due sponde, diceva sempre mia nonna. Figlio del terremoto e della testardaggine.
Il Villino Svizzero resistette fino agli anni Settanta dello scorso secolo.
Poi lo demolirono per far posto a un condominio. Ma mia nonna, fino all’ultimo, continuò a chiamare quella zona “il nostro villino”.
Come se fosse ancora lì, ostinato come loro.
Come se certe cose, una volta costruite, non crollassero più.
Siamo le radici da cui si originano il fusto e il ramo.
Siamo il frutto che custodisce in sé i semi del futuro che sarà.

