È MORTO MELO FRENI, VIVONO LE OPERE SUE
A casa Freni, a pochi passi dal lungomare di Terme Vigliatore, sulle pareti giaccio istantanee,...

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Niccolò Cusano & La pace della fede
«Colui che sedeva sul trono rispose a questa supplica dell’Arcangelo dicendo che l’uomo era stato dotato di libero arbitrio (…). L’uomo, tuttavia, avendo una natura animale e terrena, è stato tenuto prigioniero nell’ignoranza sotto il dominio del principe delle tenebre (…). Per questo motivo, disse il re, Egli aveva richiamato l’uomo dal suo stato di deviazione (…) attraverso diversi profeti che, a differenza degli altri uomini, erano dei veggenti. E infine (…), aveva inviato il suo Verbo (…). E il Verbo aveva assunto la natura umana»; questo è il discorso del Re. Niccoló Chrypffs o Krebs (Niccoló Cusano) scrive questo La pace della fede (Introduzione, traduzione, note e commento di Enrico Peroli, Con un saggio di Massimo Cacciari, BUR, Milano, 2026) nei due mesi seguenti la lettera inviatagli da Enea Silvio Piccolomini (papa Pio II), il quale lo invitava a far valere il proprio ruolo dell’intellettuale in quel preciso momento storico. Che cosa era successo? Semplicemente, l’Islam turco – il 29 maggio 1453 – aveva preso la Costantinopoli cristiana decretando la fine dell’Impero Romano d’Oriente, detto anche Impero bizantino. «L’arma della critica non può certamente sostituire la critica delle armi», nel 1844, scriverà Karl Marx in Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione; Cusano, però, sembra, qui, pensarla diversamente. Pio II è, infatti, favorevole a una nuova crociata contro gli ottomani. «L’arma della critica», invece, per Cusano, sarà, appunto, la scrittura di questo dialogo. La pace della fede si presenta, fin da subito, come un testo incentrato e sulla «pace» e sulla «fede». Per risolvere il problema delle guerre religiose, Niccolò Cusano propone un «progetto politico» molto diverso da quella «pace perpetua» ricercata da Immanuel Kant nel 1795. «Lo stato di pace tra uomini conviventi non è affatto uno stato di natura, il quale è piuttosto uno stato di guerra che, se anche non si ha sempre uno scoppio delle ostilità, è continua la minaccia ch’esse abbiano a prodursi. Lo stato di pace deve dunque essere istituito, poiché la mancanza di ostilità non significa ancora sicurezza, e se questa non è garantita da un vicino ad un altro (il che può avere luogo unicamente in uno stato legale), questi può trattare come nemico quello a cui tale garanzia abbia richiesto invano». La soluzione kantiana riguarda, perciò, il diritto; la soluzione cusaniana attiene (invece) a quel «comune sentire» che apparenta/affratella tutte le varie declinazioni del cristianesimo e che si «manifesta» attraverso riti e pratiche cerimoniali diverse. Per dibattere su tale argomento, il «Re dei re» convoca un briefing. Vi partecipano i 17 rappresentanti delle maggiori religioni della terra che discutono insieme al Verbo, a un Arcangelo, e successivamente ai due apostoli Pietro e Paolo. «E tutti sapranno che non vi è che un’unica religione nella varietà dei riti» afferma, a un certo punto, l’Arcangelo. In sostanza, Cusano parte dall’«occasione» delle discordie/ostilità religiose del momento in cui scrive e, poi, imbastisce un dialogo nel quale cerca l’accordo che dovrebbe condurre, una volta messo in atto, alla «pace perpetua». Una distorsione, un fraintendimento e un equivoco sono alla base dell’attuale situazione. «Hai messo a capo del tuo popolo diversi re e hai dato ad esso dei veggenti, che vengono chiamati profeti; molti di loro, nel ruolo di tuoi legati, hanno istituito, in nome tuo, il culto e le leggi e così hanno istruito il popolo incolto. Gli uomini hanno tuttavia accolto queste leggi come se fossi stato Tu stesso, il, Re dei re, ad aver parlato loro faccia a faccia e hanno creduto di ascoltare non coloro che l’avevano istituite, bensì Te in loro». Un’opera di chiarimento e di chiarificazione è quella che occorre. Una volta risolto il malinteso, quella che si produrrà sarà una forma di «autocoscienza». Essendo «unica» la religione, non ci sarà (più) motivo di farsi la guerra … Nel suo esaustivo saggio La pace trina, posto in conclusione del volume della BUR, Massimo Cacciari scrive: «Ogni reale, concreta relatio comporta il rivolgersi ad un Terzo da parte di ciascuno dei Due. Altrimenti sarà inevitabile che una parte ritenga di rappresentare in sé il nesso stesso, di esserne lei il fondamento. La relazione è tale quando ciascuno dei Due è cosciente che il rapporto con l’altro non dipende esclusivamente da sé. Occorre che i Due riconoscano il potere del Terzo nell’unità della comune sostanza; ognuno dei Due ha sostanza propria, e tuttavia sussiste la loro homoousia, che si manifesta nello spirito del Terzo». Nello «spirito del Terzo», mediatore im-mediato, si ritrova l’inconscio. Ovvero, quell’implicito che funge da fondamento, quel «presupposto» non detto che fa dire ogni discorso. Se la psicoanalisi cerca questo inconscio attraverso la terapia, Cusano lo cerca attraverso misticismo. Non solo fa cominciare il De pace fidei con una «visione» ma afferma, anche, che «il Terzo» è, come afferma Enrico Peroli nel suo bel Commento, «la “visio” (…) dell’intelletto, il quale “vede” che la verità o la sapienza divina, a cui è rivolto ogni sforzo conoscitivo della nostra mente e che è presente attivamente in. Noi come presupposto e condizione di possibilità di ogni nostro atto, eccede proprio per questo ogni nostra facoltà conoscitiva e resta in sé stessa inconoscibile». Il grande mediatore, che farà giungere all’accordo interreligioso, è dunque l’Assoluto. E in questa ricerca delle «condizioni di possibilità» di ogni religione, Cusano non può che ricordarci, certamente, l’Immanuel Kant della Critica della ragion pura che, anch’essa, voleva s-velare l’inconscio presente all’interno della nostra stessa conoscenza. La «fede» della quale si sta ricercando la «pace» è dunque quella propria del cristianesimo tout court. Il presocratico Senofane di Colofone, a suo tempo, aveva (già) affermato: «La conoscenza certa nessun uomo mai ebbe, né alcuno/ l’avrà mai sugli déi e su tutte le cose che dico:/ se infatti, a uno accadesse di dire qualcosa/ in maniera compiuta/ non lo saprebbe lui stesso, ma a tutti è data soltanto opinione». Di congettura in congettura, i partecipanti al briefing ultraterreno, tessono una trama letteraria che li conduce all’inconscio-fondamento, all’implicito che non si può esplicitare, al «presupposto» dato per scontato che, evidentemente, poi, tanto scontato non era …
