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Il giardino dell’invisibile. Emanuele Trevi tra memoria e mito

La scrittura di Emanuele Trevi è abitata da qualcosa di ineffabile che trascende le nostre umane necessità di catalogare un’esperienza di lettura. Anche nell’ultimo libro, Mia nonna e il Conte, come nei precedenti, la Casa del mago e Due vite, sottotraccia è presente il riferimento dosato da sapiente ironia e consapevole lucidità, a cose che mettono in crisi il procedere logico di ogni cosa al suo posto, secondo una ordinata successione di causa – effetto. Una casa ereditata diventa luogo misterioso dove ancora aleggia la presenza di un padre mago – guaritore che esce dalla penombra di un retrobottega per riprendere il discorso mai compiuto con il figlio. Due amici persi sono riportati in superficie dal filo dorato della memoria, perché “la scrittura, dice Trevi, è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti”. Il sintomo di un malessere per la morte dell’amico, annunciata dalla caduta in volo di un uccellino, cessa nel momento in cui lo scrittore comprende cosa Rocco gli chiede di fare con le pagine rimaste sospese e le parole non ancora dette. Chiedono la sua mano per avere corpo e ali. Nell’ultimo libro, Mia nonna e il Conte Trevi fa spesso riferimento al capriccioso volere degli dei che gioca con le vite e le situazioni, modificandole in modo imprevedibile. Le vibrazioni che il libro emana possono trasformare l’appuntamento di una serata, in una determinazione differente, ma non meno significativa, come questo commento. Trevi fa riferimento al mondo mitologico, alla classicità da cui tutto proviene, con i suoi archetipi, bagaglio imprescindibile che gli uomini hanno smarrito divenendo cerini che si stanno spegnendo al vento della velocità e alla signoria del virtuale. Si è grati a chi ci aiuta a non perdersi nel fiume dell’oblio e non smarrire le radici di cui siamo impastati.
La narrazione rimanda alle nostre storie smarrite nel tempo. Si condensa in una stagione breve e intensa di mutamenti, per l’irrompere sulla scena del Conte, capace di sconvolgere il lento e sempre uguale scorrere dei giorni di una anziana signora calabrese, la nonna di Trevi. E’descritta come “divinità tirrenica, appartenente al temibile, indomabile, antichissimo ceppo calabrese: prespicace, volubile, testarda, capace di leggerti un pensiero nella testa prima ancora che tu stesso l’avessi formulato”. L’archetipo della Grande Madre, della Venere dalle forme opulente . Lo scrittore non parla di matriarcato, con tutte le sue influenze sui maschi meridionali, quanto di “nonnarcato”. Queste speciali signore d’altri tempi, mai citate dagli studiosi, né presenti nei poemi epici, ma pur sempre dee, sia che si tratti di fate ciabattone o di nonne realmente conosciute, la loro divinità è “innegabile come assolutamente dissimulata”. Una dea, la nonna di Trevi, suscettibile e teatrale nel dare o togliere il proprio favore. Mi sono chiesta se esistano ancora in Calabria queste matriarche dallo sguardo penetrante, capaci di incidere sui destini altrui semplicemente con un sollevarsi del sopracciglio e che esercitavano la clemenza come sovrane indiscusse e indiscutibili. Chi ha superato l’età matura, sa bene di cosa stiamo parlando. Un mondo ruotava intorno a loro, alle loro casa, le loro cucine e ai loro giardini. Un mondo che rischia di franare in mare senza la potenza terragna di queste donne volitive e forti. Ne abbiamo più incontrate? E se non esistono più, ci chiediamo insieme all’autore, come ci salviamo, se frana tutto in mare?
Nel caso della nonna di Trevi, all’anagrafe Giuseppina, per il paese nota con il diminutivo di Peppinella, oppure, a secondo degli interlocutori, donna, zì, comare Peppinella. Questo libro può dirsi sensoriale: i personaggi si colgono con i sensi. La nonna e il conte sono i protagonisti. Lui appare come uno scherzo del destino quando sembra che tutte le carte siano state distribuite, e invece, c’è quella che arriva alla fine, quando tutti i giochi sono fatti, a sparigliare tutto. La stagione dell’irripetibile irrompe quando non si immagina più possa accadere altro, lungo lo scorrere inesorabile della clessidra del tempo. Accanto ai due protagonisti, le comprimarie, anche per la loro descrizione sono chiamati a collaborare tutti e cinque i sensi: la corte della nonna Peppina, compresa la serva dalle tante gonne, che ci riporta le tate giunte nelle case dei nonni, nel dopoguerra con una sola valigia, senza una famiglia, senza un passato. Diventate tessuto connettivo di trame familiari. Numi tutelari delle nostre infanzie. Su tutto la memoria, quel cerino che sta per spegnersi tra le mani, mentre il nipote tutto osserva. Ora la sedia di vimini, ora mazzi di fiori e vasi, ora vassoi di frolle profumate alla ricotta. Lo sguardo va avanti e indietro nel tempo, dalla desolazione dell’Incuria che oggi spazza via tutto, al bimbo e il suo Orso che in un luogo incantato del giardino – foresta continuano sempre a giocare. Esso rimanda ai luoghi del cuore inviolati.
Se si è lettori attenti di Trevi, non si può cogliere l’elemento giardino, file rouge dei suoi libri. Lo troviamo in Due vite, un inno all’amicizia, dove l’autore parla del giardino dell’amica Pia Pera, a cui si associa l’ulivo piantato in memoria di Rocco Carbone. C’è un altro elemento particolarmente misterioso. Non si tratta di immaginazione. L’autore spiega che le cose, a volte, hanno nella vita il loro gemello. “un evento, dice nella Casa del mago, che si verifica una sola volta è un caso, più volte è un’abitudine. Solo ciò che accade due volte possiede un significato magico e arcano”. Ci vogliono antenne speciali per registrarlo, non tutti hanno la fortuna di viverlo. Ci sono accadimenti che si ripetono anche a molta distanza nella vita. Identici e insieme diversi. Nella dimensione della quotidianità irrompe la straordinarietà. Non è un gioco di prestigio, più che un’esperienza, un dono che va riconosciuto. Il bambino che perde in un viaggio il padre molto distratto, prendendo il lembo sbagliato dell’impermeabile di un altro e, dopo una vita, nello stesso luogo, al festival del Cinema di Venezia, è il padre anziano che viene smarrito dal figlio nelle medesime circostanze. Fragilità, memoria, appuntamenti del destino risuonano nella scrittura di Trevi con un’eco profondissima, lasciando al lettore grato e maggiormente consapevole, la possibilità di riconoscersi.

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