GIORNATA MONDIALE DEL LIBRO E DEL DIRITTO D’AUTORE
Il 23 APRILE – Una Giornata per la Lettura, la Conoscenza e il Rispetto della...

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Politiche del postmoderno
«Il rafforzamento della sicurezza e della presenza degli alleati in Groenlandia è un tema serio, che però sta nell’ambito del dialogo all’interno dell’Alleanza Atlantica, cioè la Groenlandia va considerato territorio di responsabilità della Nato», in un punto stampa nell’ambasciata italiana a Tokyo, ha detto Giorgia Meloni. Su «Truth», Donald Trump ha scritto questo post: «A partire dal 1° febbraio, a tutti i Paesi sopra menzionati (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia) verrà applicato un dazio del 10 per cento su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Dal 1° giugno 2026, il dazio passerà al 25 per cento. Questo dazio resterà in vigore fino al raggiungimento di un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia». Dunque se Meloni, in accordo con la NATO, invierà soldati italiani in Groenlandia, dovrebbero aumentare i dazi statunitensi nel nostro paese. In questo groviglio del tutto postmoderno, nel quale a una mossa militare si risponde con una mossa economica (il che è come dire che se mi punti addosso una pistola io ti faccio pagare 100 euro, tanto per dire, ma è così), l’impossibilità di capire è data per assodata. La Danimarca, il paese del povero depresso Søren Kierkegaard, si sta trovando a vedere contesa una sua isola – per la quale esiste anche la proposta di versare 100000 dollari a ogni cittadino (in sostanza, comprare la Groenlandia). Siamo in presenza di un groviglio metafisico: la sovranità nazionale di un paese dell’UE, intanto (simbolicamente, si dice) sta venendo difesa da Germania, Francia, Svezia, Regno Unito, Norvegia, Finlandia e Paesi Bassi, i quali hanno inviato (pochi) soldati. L’Italia si riserva di sentire prima la NATO. Inoltre: la Groenalndia è una parte della Danimarca; per cui senza nessuna guerra di conquista la Danimarca verrebbe smembrata. E ancora: i dazi volano veloci lungo le autostrade informatico-economiche del pianeta e servono a punire/dissuadere. Infine, e Amleto lo sapeva bene, la Groenaldia interessa per la sua posizione strategica – evidentemente «c’è del marcio» da qualche parte. Certamente Kierkegaard avrebbe detto: l0esistenza precede l’essenza. Eì il fatto stesso che la Groenlandia sia li, che esista da qualche parte, che interessa – non che faccia parte della Danimarca e meno che mai che possa avere una sua economia, una sua cultura, una sua antropologia eccetera. Il groviglio metafisico si amplia: il fatto stesso di esistere produce sparute truppe di soldati che hanno paura di dazi fantasmagorici. In più: la Meloni si riserva di decidere, forse non decide, decide la NATO. Ma la Groenlandia, essendo parte della Danimarca, fa parte della NATO. E la NATO è a guida statunitense, cioè di Trump. Queste politiche del postmoderno sono intricatissime. «I tempi sono andati fuori di sesto» diceva sempre Amleto. Pezzi di territorio, isole – come Laputa, quella di Robinson Crosue – volano di qua e di là, dazi feriscono i prodotti (più o meno tipici) delle nazioni europee. «Tutto bene» disse una volta un politico che la pensava contro la Cina dopo un colloquio con Xi Jinping. «Okay» dice sempre il protagonista del romanzo nella carne di David Szalay. Ma accettare, constatare, prendere atto non basta! Occorre districare il groviglio. Le politiche del postmoderno conducono a situazioni nelle quali le parole divorziano dalle cose e se ne vanno per i fatti loro. Non è tanto la «postverità» ad essere in gioco. Piuttosto è quella vecchia affermazione di Gianni Vattimo che ci fa rendere conto del punto in cui siamo arrivati. Vattimo, una volta, disse: «Oggi siamo tutti postumi, finanche di noi stessi».
