Fondazione Corrado Alvaro, il TAR annulla il commissariamento: bocciata la decisione della Prefettura
SAN LUCA – Il Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria ha annullato il provvedimento con cui...

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«La vostra crisi non è tanto psicologica, quanto culturale. Non siete nati in un prato verde dove tutti i fiori possono fiorire, ma in una cultura che ha misconosciuto il primato della comunità rispetto ai singoli individui e spezzato il vincolo di continuità fra le generazioni», ha scritto Umberto Galimberti, nel 2018, in questo suo fondamentale La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo (Feltrinelli, Milano). A distanza di sette anni, le cose sono ancora le stesse? Nel rispondere alle lettere di ragazze a di ragazzi (arrivate alla sua rubrica settimanale sul supplemento «D-La Repubblica delle donne», del quotidiano, appunto, «La Repubblica»), il filosofo di Monza, mette subito in chiaro, almeno, tre piani di indagine e di lettura. 1) L’analisi della società attuale – dal punto di vista dei giovani e sua personale. 2) La possibile indicazione di risposte/soluzioni da parte di chi, appartenendo al «nichilismo attivo», «non si nutre di attese, speranze o auspici, ma prende in mano la sua vita, partendo da lì, perché il giovane sa che il futuro è comunque suo e, se non lo prende, nessuno glielo regalerà». 3) Una vera e propria teoria filosofica che coinvolge Nietzsche, Anders, Heidegger ma anche Marx, per quanto riguarda l’«alienazione». In definitiva, quello che emerge da questa «settantina» di lettere è uno scambio e una reciproca reversibilità tra il fine e i fini. Come scrive la ragazza chiamata, per riservatezza, Gaia: «ci hanno detto che sta per finire il mondo. Ci hanno detto che stanno per finire molte cose, in verità: i posti di lavoro, il diritto allo studio, le pensioni, le prospettive, i finanziamenti alla scuola e alla sanità, le risorse naturali, il mite clima europeo. Tutto quello che ci circonda sembra avere le ore contate. Siamo la generazione dell’Apocalisse noi ventenni di oggi». E lo stesso Galimberti, aggiunge: «La razionalità che regola le procedure tecniche prevede che si raggiunga il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi, e per adeguarsi a questo tipo di razionalità chi lavora deve subordinarsi agli strumenti con cui lavora e porsi al loro servizio». Il fine, dunque, è oggi: raggiungere il fine (efficienza e produttività) per farlo estinguere (tipicamente, nel consumo, da cui il consumismo). Dunque, la radicale conseguenza di tutto ciò è che i giovani (e, ovviamente, non solo loro) si trovano a vivere in un mondo contingente dominato dal necessario (l’impersonale mercato mondiale, nella fattispecie). Dentro questa contingenza ognuno deve cercare la propria «soluzione biografica». E siccome Umberto Galimberti ravvede in questi giovani anche una sorprendente «tensione morale», anche una soluzione collettiva (comunitaria, sociale) è da ravvisarsi in loro. «Se ascoltassimo di più i giovani quando si descrivono, li capiremmo più di quanto non li capiamo quando leggiamo le considerazioni di psicologi, sociologi, insegnanti, educatori che parlano di loro». Galimberti è davvero molto abile nel raccordare le istanze dei ogni suo interlocutore («analogico, strutturato, sequenziale e referenziale») con quelle di questo nostro ipertecnologgizzato universo («generico, vago, globale, olistico»). E siccome, come diceva Francesco De Gregori, «pure in mezzo a un naufragio si deve mangiare»: anche i filosofi e la filosofia possono essere utili a tracciare una strada. «Il mercato ha sottoposto a sé sia i “servi” sia i “signori”, che non possono più contrapporsi come ai nostri tempi, ma devono allearsi per stare sul mercato, che ormai più nessuno contesta come se fosse una legge di natura». Da Hegel all’intelligenza artificiale attuale, i contorni di questo mondo sono quelli di chi è passato dal concerto («un mondo dove (…) quello che conta (…) è ciò che si ha dentro, ciò che piace, i sogni») allo sconcerto: «ci dicono che: finita l’infanzia non potremo più giocare, finita l’adolescenza non potremo più divertirci. Che la vita sarà difficile, una lotta, sempre una lotta, nella quale bisogna arrivare primi. Non c’è più tempo per guardare fuori dalla finestra quando cade la neve, o fermarsi a chiedersi dove stiamo andando. Anzi, fermarsi è un tabù. Se ci fermiamo, qualcuno ci passerà avanti, rubandoci il master, il lavoro, l’amore, la gloria, la pensione. Come biasimarci, allora, se effettivamente qualche volta ci fermiamo, incapaci di fare un piano? » (si chiede Gaia»). Essere funzionari vuole dire aderire a una funzione. Esecutori di un compito la cui sostanza sfugge e che, tra l’altro, non deve essere compresa. In questo «gioco di ruolo» non resta tempo per le cose belle, l’amore, la realizzazione di sé, la tenerezza. Umberto Galimberti, invece, propone, proprio, questa via d’uscita. Senza perdere la tenerezza, abitare tutte le contingenze della vita, ricercando sempre il fascino, la bellezza, i sentimenti. Se il mondo è diventato «un deserto di senso», sarà pure un miraggio, ma l’acqua sognata è bella per la strada (e l’impegno e la perseveranza, il coraggio e la scelta della prospettiva da cui guardarla) che i giovani (e forse tutti noi) avremo fatto per raggiungerla.
