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Mediterranea

INADEGUATEZZA PROFESSIONALE 

Credo che dovremmo, tutti, ringraziare questo tal Paolo Petrecca, direttore di Raisport, per aver fatto planare l’attuale dibattito politico intorno ad altre e diverse latitudini rispetto a quelle cui siamo abituati. A causa della conduzione di questo giornalista della cerimonia di apertura delle Olimpiadi, infatti, Giovanna Vitale nel quotidiano La Repubblica ha scritto che «la valanga di critiche non deriva dal fatto che Petrecca abbia simpatie di destra, ma dall’incontestabile dimostrazione di inadeguatezza professionale». Sgombriamo, subito, dunque, il campo dalla politica (e dalla diade destra-sinistra – come avrebbe amato dire Norberto Bobbio) e soffermiamoci sull’ingresso di questo nuovo tema: l’«inadeguatezza professionale». Se io, che faccio l’insegnante di filosofia, dico a lezione che Platone è un filosofo tedesco del Novecento, sono, molto probabilmente, «inadeguato» rispetto al mio compito e al mio lavoro. Qui non è affatto questione dell’entrata in scena di un altra diade (merito-fedeltà), sulla quale ha tanto insistito, per esempio, Ezio Mauro. Cioè che l’attuale governo preferirebbe la fedeltà al merito. Anzi, questa nuova diade non c’entra nulla del tutto. Invece, il dibattito, da Petrecca ai fancazzisti ai credenti nel fatto che la Terra sia piatta alle teorie paranoiche del complotto, diventa davvero universale. «Inadeguato» è, purtroppo lo si deve pur dire, chi non sa fare il proprio mestiere. Questo non vuol dire che costui non debba fare alcun mestiere; vuol dire che è meglio che lasci perdere con quello che sta facendo. Faccia un altra cosa! La questione, ora, è posta in termini eminentemente filosofici. L’analisi del problema prevede la risposta alla domanda: «come siamo arrivati a questo punto?». La diagnosi, invece, la risposta alla domanda: «che cosa si può fare per sanare questa situazione?». Visto che il discorso è, appunto, globale si può fare riferimento a quell’ «esercito industriale di riserva» del quale parlava Karl Marx nel Libro I de Il Capitale (sezione VII, capitolo 23, paragrafo 3). I sottoproletari, insomma. «Ma se una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario della accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrappopolazione diventa, viceversa, la leva dell’accumulazione capitalistica e addirittura una delle condizioni d’esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene al capitale in maniera così completa come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione», scrive Marx. In sostanza, è l’unico sistema economico dominante nel Pianeta che crea questo vero e proprio «esercito», caratterizzato dalla «inadeguatezza professionale». Il dramma è che questi militari diventano dei professionisti dell’«inadeguatezza» – e, in questo, sono davvero molto «professionali». La globalizzazione (ovvero: il capitalismo esteso a tutte le nazioni del mondo) fagocita, utilizza e ingloba tutto, anche tali sergenti, caporali e soldati semplici. La cosa che viene meno non è affatto una faccenda di Ordini professionali (l’Ordine dei Giornalisti, per esempio), ma una faccenda che ha molto a che vedere con la Critica della ragion pura di Immanuel Kant. «Quali sono le condizioni della possibilità della conoscenza?» si chiedeva il filosofo di Könisberg. Nessuna; è la risposta. Va bene qualsiasi condizione e, quindi, anche nessuna condizione. In quest’ultimo caso: è «possibile» conoscere se si hanno le capacità di Albert Einstein ma anche se si hanno le capacità del famoso Pinco Pallino. Dunque: la conoscenza diventa infinita e noi gioiamo: un Pianeta pieno zeppo di cultura. Ma c’è un retrogusto. La conoscenza, infatti, diventa «troppo» a portata di mano; non c’è bisogno di alcuno sforzo, non c’è bisogno di gomiti sul tavolo e occhi tenuti fissi al libro, non c’è bisogno di alcun impegno. Di nessuna fatica. E’ un mondo perfettamente «levigato», come direbbe Byung-chul Han. In tale mondo non ci sono spigoli e ostacoli, ma c’è anche la vanità di tutto, la noia, la frivolezza, l’egocentrismo e la fatuità. Il paradiso dei «presuntuosi» di fronte al quale (diagnosi e cura) dovrebbero tornare la «modestia» e la «misura». In sostanza, ai proclami (lanciati per partito preso e senza alcuna aderenza con quella che una volta si chiamava la realtà) occorrerebbe contrapporre il «sussurro» della autentica «realtà» democratica. La tenue, fragile, delicata voce della comunità. Del «fare comunità». 

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