Fondazione Corrado Alvaro, il TAR annulla il commissariamento: bocciata la decisione della Prefettura
SAN LUCA – Il Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria ha annullato il provvedimento con cui...

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Lamezia Terme, 16 giugno 2026 – La storia è scritta dai vincitori ed è ormai un fatto accertato; in una guerra civile, come quella avvenuta nel Sud Italia dal 1860 al 1870,purtroppo scrivono anche le leggi. In altri termini chi sopravvive racconta la sua versione dei fatti. I morti non possono parlaree i vivi non possono avere voce in capitolo, le memorie spesso vengono distrutte o camuffate. Alla luce di prove documentali,scrivere come un disco rotto una storia truccata, per mille motivi, non appare una cosa corretta,soprattutto per l’obbligo etico di tramandarela verità storica e l’identità di un popolo alle nuove generazioni.
In questa ottica si analizza, in una serie di articoli, l’operato della cosiddetta “destra storica” nei primi 15 anni successivi all’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno Sabaudo. È corretto parlare di annessione e non di unificazione, come dimostrato, tra le altre cose, dall’estensione del codice penale e della costituzione piemontese all’intero Paese, senza tenere conto delle differenze sociali e culturali dello Stato conquistato.Inoltre il nuovo Re non cambiò la numerazione accanto al proprio nome, continuando a chiamarsi Vittorio Emanuele II; similmente, la legislatura non modificò la numerazione, come usuale in un nuovo Stato, ma si identificò come ottava, in prosecuzione di quella del Regno di Sardegna. Nei primi 15 anni di Governo la destra storica non rispettò i nuovi sudditi ma impose loro leggi inique che volutamente portarono al saccheggio di quelle terre, dando inizio alla cosiddetta questione meridionale.
I dati storici,per chi vuole leggerli, dimostrano che il reddito pro capite medio del sud Italia era paragonabile a quello del nord (Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia 1861-2004,V. Daniele, P. Malanima, 2007)e certamente il reddito medio tra le zone vicinealla capitale Napoli e la Calabria non era uguale, ma in Calabria non si emigrava e la popolazione cresceva. Per non parlare della notevole letteratura esistente sui recenti studi di accademici coraggiosi come V. Daniele, P. Malanima, S. Fenoaltea, S. Collet, C. Ciccarelli, L. De Matteo, per citarne alcuni.
L’affermazione secondo cui il polo siderurgico di Mongiana (o magari quello di Pietrarsa), unitamente all’attività estrattiva nella valle dello Stilaro, che impiegava circa 2.000 operai e generava una produzione di commercializzazione pari a circa un milione di lire dell’epoca (con una produzione annua di 1800 tonnellate di ghisa attraverso 3 altiforni, ancora oggi visibili nel parco del museo di Mongiana), sarebbestato “qualche iniziativa industriale” non è corretta. Questo polo rappresentava un fiore all’occhiello del Regno delle Due Sicilie.
La destra storica, intervenne prontamente per interrompere ogni fornitura proveniente da questo sito industriale, azzerando la produzione in un solo anno e avviando la procedura di vendita all’asta il 23 aprile 1863. Questa operazione causò la rovina dell’intero indotto siderurgico calabrese, un fatto che non può essere dimenticato né attribuito a mere questioni logistiche. La chiusura fu, infatti, un atto simbolico volto a smantellare un’eredità del RegnoDuosiciliano.
Chi loda l’operato della destra storica dovrebbe indicare quale polo industriale in Calabria, dopo Mongiana, abbia impiegato più di mille dipendenti, specificando altresì l’anno di tale regime operativo.
Si ignorache la Calabria era uno dei primi fornitori di olio del Regno Duo siciliano con esportazioni a livello internazionale. Nel 1856 l’operazione Minasi & Arlotta (casa di commercio italo-calabrese con sede a Napoli e uffici a Londra e Parigi) in Borsa Napoli mostra che il mercato degli oli calabresi era così grosso da permettere di escludere i Rothschild (che sparirono dalla borsa di Napoli per molti anni!(Fonte: Archivio di Stato di Napoli. Fondo Borsa Merci, busta 123, “Operazione olio 1856”).
In Calabria l’agricoltura era diffusa e capillare (grazie agli usi civici) di grano, orzo, agrumi, seta,e non è corretto non citare certe eccellenze. Chi vorrà approfondire la lettura negli annali storici sulla produzione avrà modo di rendersi conto che la storia dice ben altro rispetto alla solita narrazione che non regge più alla prova dei fatti.
L’operato della Destra Storica mirò all’annientamento dell’economia contadina preesistente, sottraendo terre ai contadini attraverso la promulgazione degli editti di Garibaldi. Quest’ultimo, tradendo le sue promesse, emanò il decreto n. 245 nell’ ottobre del 1860(mentre Gaeta resisteva e l’unità d’Italia non era ancora proclamata) intitolato “Soppressione delle corporazioni religiose e incameramento dei loro beni“, con il quale sottrasse di fatto la terra alla Chiesa, ma non la distribuì ai contadini, bensì la vendette a chi poteva permettersela. Il decretofu successivamente “sanato” dal nascente Regno d’Italia con la Legge 15 agosto 1867 n. 3848, che estese all’intero Regno la soppressione di tutti gli ordini religiosi e dei loro possedimenti, confermando gli incameramenti già effettuati da Garibaldi.
Anche il demanio del Regno delle Due Sicilie passò sotto il controllo sabaudo, con l’immediata esclusione di coloro che godevano degli usi civici su tali terre. La destra storica avrebbe potuto promuovere lo sviluppo agricolo lasciando la terra a chi la lavorava; al contrario, le proprietà finirono nelle mani dei “galantuomini” e le ingenti risorse economiche incamerate (447 milioni di ducati) furono impiegate per ripianare i debiti del Nord, lasciando al Sud soltanto la fame.
Si tralasciano per brevità le teorie lombrosiane applicate alla lettera dalla Destra storica, ma scriveremo di questo in futuro,ed ancora oggi circolanti nelle aule parlamentari nella destra moderna.
