Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

«Sembra che ci si stia avviando verso un tempo in cui gli unici rapporti universalmente riconosciuti sono solo i rapporti di forza», scrive Umberto Galimberti in questo piccolo ma prezioso Le disavventure della verità (Feltrinelli, Milano, 2025). Ora, se oggi la verità è efficacia e se l’efficacia è strettamente imparentata a dei rapporti di dominio, se ne ha che la realtà, in sé e per sé, è divenuta una specie di ipotesi metafisica. O fantascientifica. Infatti, nel mondo regolato quasi per la maggior parte da «rapporti di forza», non solo quello che sparisce per primo è lo spirito critico ma, anche, la capacità stessa di leggere la stessa realtà. Incardinato e incapsulato chissà dove, quello che resta del reale non ha modo di far più sortire i propri effetti all’interno della classica definizione della verità. Umberto Galimberti ripercorre, quindi, la storia di questo concetto dalle sue origini greche ai giorni nostri, dimostrando che l’effetto di dominio che, oggi, costituisce il centro della verità ha a che fare con l’insegnamento dei sofisti e dei retori. «A dissacrare la verità mitico-poetica, e a inquinare quella inaugurata dall’esperienza politica, furono la retorica e la sofistica che individuarono nella persuasione (…) un criterio di verità più efficace di quello politico». La verità che ti persuade, in fondo, è sempre meglio della verità che ti fa pensare. E l’efficacia è «dovuta alla fascinazione che la persuasione è in grado di esercitare sulle opinioni possedute dagli uomini». In tal senso: l’autoreferenzialità di una parola che non ha, ormai, alcun rapporto con la cosa, conduce, specie nel mondo attuale, a uno scarto addirittura doppio: la cosa stessa diventa, adesso, «la sua rappresentazione teletrasmessa». Se, dunque, da qualche parte, oggi, mai esistesse la verità, essa avrebbe a che fare con una efficacia «accompagnata da persuasione» la quale dovrebbe vedersela con la classica definizione platonica di verità: «Platone introduce il concetto di verità come esatta corrispondenza tra le idee e le cose del mondo». Ovvero: tra le idee e il mondo creato dalla tecnoscienza con la sua «rappresentazione teletrasmessa». Ecco che il reale, a questo punto, più che diventare un insieme indistinguibile di rovine e di macerie, diventa un mistero. Come un mistero diventa, anche la verità. «La persuasione è la potenza che la parola esercita sugli altri». Se ciò è vero, allora «questo effetto, una volta consaputo, conferisce autonomia all’ordine della parola che perciò vale per sé stessa, senza dover più dipendere dalla sua capacità di conoscere e nominare la verità del reale». I nuovi retori e sofisti (per così dire 2.0), secondo Umberto Galimberti, si muovono all’interno di queste coordinate. L’informazione, la parola, l’idea, il concetto, il parlare, lo scrivere, il comunicare sono diventati autoreferenziali. Quando si vuole prevalere sull’altro – visto che tutto si gioca intorno a determinati «rapporti di forza» – si tende, perciò, a persuaderlo. A quel punto, quella verità che ha affascinato e sedotto l’avversario diventa «efficacia». O forse, l’efficacia con la quale si è affascinato e sedotto l’avversario diventa «verità». «Ciò che fa essere in un modo o in un altro la realtà» diventa, adesso, l’unico modo possibile. Le mie idee e le mie azioni sono vere perché sono state «efficaci». Nel nostro tempo, afferma giustamente Umberto Galimberti: «le verità si fabbricano». Come i Pokemon, che non vorranno dire niente ma, almeno, il bambino sta lì buono… Fragile, effimera, incostante, fluida, quasi perduta verità, quella di oggi ha annullato completamente il suo rapporto con la realtà, per scegliere di fare riferimento all’altro, all’avversario, al mio interlocutore. Se lo ho persuaso, allora: quella era, proprio, la verità. Galimberti si accorge che la verità, in questo modo, esce dal soggetto per transitare nell’oggetto. La sua «misura», adesso, è la funzionalità. «Oggi, per effetto del suo incremento quantitativo e qualitativo, la tecnica non è più uno strumento nelle mani dell’uomo per dominare la natura, ma è il mondo in cui abita l’uomo, ciò che lo circonda e lo costituisce secondo le regole di quella razionalità che, misurandosi sui criteri della funzionalità, della produttività e della velocizzazione del tempo, non esista a subordinare alle esigenze dell’apparato tecnico le stesse esigenze dell’uomo». Divenuta una funzione, la verità non dice più alcuna cosa di per sé stessa. Ma, invece, continua in maniera iterativa a lasciare sempre intendere altro. Una verità della quale non te ne fai nulla, tranne, forse, i «complimenti per la trasmissione» e «signora mia, questa sera è veramente adorabile».
