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LA PSICANALISI E LA SUA CAUSA NEL TEMPO DEL NON ASCOLTO

Nella nevrosi individuale l’impressione di contrasto suscitata dal malato sullo sfondo del suo ambiente considerato ‘normale’ ci offre un immediato punto di riferimento…”. 

In “una massa tutta ugualmente ammalata” (einer gleichartig affizierten Masse), o meglio ancora in “una massa ammalata d’un’unica malattia in modo omogeneo”, questo Hintergrund (sfondo) “andrebbe cercato altrove”. È questa la questione di “Eine besondere Schwierigkeit” (una notevole difficoltà) che Freud pone in “Das Unbehagen in der Kultur” (L’infelicità – disagio della – nella civiltà, 1930). 

Gemeinschaftneurosen

Occuparsi delle nevrosi che si mimetizzano, in questa loro comune diffusione, costituisce un problema “speciale” (besondere) perché non sarebbero più da considerare nevrosi individuali, bensì “sozialen Neurose”, o ancora più precisamente forse “Gemeinschaftneurosen”, nevrosi della comunità, piuttosto che collettive. Si tratterebbe dunque di patologie della stessa struttura sociale che si esprimono attraverso “sintomi” con esse risonanti, ci spiega Adriano Voltolin, nel suo contributo a “La psicanalisi e la sua causa nel tempo del non ascolto” (a cura di Eva Gerace, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria 2022).

La politica del sintomo

A volte, si dice, che “non ci sia altra politica che quella del sintomo”, ammettendo però che il sintomo non sia nemmeno mai “politicamente corretto”, come non può esserlo neanche lo psicanalista che pretenderebbe di curarlo.

Il primo Freud

I continui rimandi di questo professionista dell’igiene mentale al primo Freud avrebbero quale conseguenza, perfino per gli altri suoi più ortodossi discepoli, un ritorno all’origine tale da eccedere fino ad andare “al di là del Padre”. E, mentre la politica risponde alla richiesta del “Padrone”, quale cattura del soggetto nella massa, da parte d’un significante dominante, la psicoanalisi mira alla dis-identificazione da quel significante da parte del soggetto, nel mantenimento della sua singolarità, destinata a divenire tuttavia sempre più in-significante. 

“Fate come me. Non imitatemi”

L’invito lacaniano: “Fate come me. Non imitatemi” sintetizza, allora, l’obiettivo degli psicanalisti alla non massificazione, non identificazione, per privilegiare questa singolarità. Cosicché l’analisi non finisce col corrispondere a inerme silenzio, risultando piuttosto un’operazione che, ricorrendo a certi trucchi ed escamotages, vada alla ricerca dell’emergenza d’un reale vivente che s’impadronisca della scena analitica, e im-pieghi le parole allo scopo di “piegarle”, sottometterle, addirittura svalorizzarle.

Un discorso politicamente “corr-o-tto”

Eppure, che sia conservatore, progressista, rivoluzionario, è il discorso politico che sembra si sia “corr-o-tto” e reso impotente, di fronte alle masse, a trovare una via d’uscita al disordine e all’eccesso promanante dall’ammaliamento capitalista. 

Può adesso un discorso analitico, tradizionalmente privato, rivolto a singole persone, farsi invece carico d’una tale manchevolezza?

Un sintomo di dis-funzionamento, nel percorso analitico, in grado di recare “piacere personale”, può mai risultare di lenimento per un malessere più generale? 

L’infelicità nella cultura

In “Das Unbehagen in der Kultur”, Freud segnalava che il prossimo non è soltanto un possibile punto di appoggio, ma anche una tentazione per soddisfare il peggio, per compensare quell’intrinseca infelicità (Unbehagen) che ci accompagna, nostro malgrado, e che s’esprime in un rigurgito di odio mirante alla segregazione; ciò con cui dovremo sbrogliarcela, e in modo sempre più pressante, così come con la pandemia, o la guerra.

Tutti sono folli!

Lacan s’è battuto anche contro la segregazione clinica, ovverossia, per esempio, la differenziazione tra nevrosi e psicosi che finisce col segregare gli psicotici. A questo scopo una volta ha sbottato gridando: «Tutti sono folli».

Comunque, non è mai la stessa cosa parlare quando di segregazione, quando di pandemia, o di guerra, se le si sentono lontane, diversamente da quando esse s’avvicinano in maniera sempre più terrificante e pervasiva. 

Sommiamone gli effetti, prima di prospettare alcunché di definitivo.

Opportunismo psicanalitico?

Il dogmatismo psicanalitico spesso è stato considerato semplice “opportunismo” e, allo stesso tempo, di per se stesso pure ispiratore; e questa potrebbe essere una “risposta” strategica, contemporaneamente doppia ed equivoca a tutti gli effetti, ma non risolutrice né definitiva, perché, in ogni modo, tutto quello che si è in grado di poter prevedere per un immediato futuro potrebbe non aver nulla a che fare con il nostro presente, tanto meno con il recente passato, e paradossalmente forse più con uno ancora anteriore, revenant

Capitalismo e schizofrenia 

Per analizzare le coordinate delle psicosi, Freud era dovuto andare alla ricerca del Presidente Schreber, la qual cosa aveva generato a distanza di tempo una reazione, forse inconsulta, ma adeguata ai tempi post-sessantotteschi, ne L’Anti-Œdipe (1972) di Deleuze e Guattari, teso a dimostrare come, per esporre le tesi della psicoanalisi, non ci fosse bisogno di parlare del mito, e una tale dottrina si potesse sostenere anche senza quel riferimento.

«Le parallélisme Marx-Freud reste tout à fait stérile et indifférent, mettant en scène des termes qui s’intériorisent ou projettent l’un dans l’autre sans cesser d’être étrangers, comme dans cette fameuse équation argent = merde. En vérité, la production sociale est uniquement la production désirante elle-même dans des conditions déterminées.» (Il parallelismo Marx-Freud resta del tutto sterile e indifferente, con termini che si interiorizzano o si proiettano l’uno nell’altro senza cessare di essere estranei, come in questa famosa equazione denaro = merda. In verità, la produzione sociale è solo la produzione che desidera se stessa in determinate condizioni).

L’Antigone

Alla luce del contesto, anche questo tema potrebbe non essere più d’attualità, come, dopo il crollo del muro di Berlino, non lo è più la dottrina marxista-leninista. Negli anni ’50-60, la tragedia sofoclea a preoccupare di più filosofi e scrittori era l’Antigone, che pone domande di maggiore attualità, nel seguire la sua propria strada, non obbedendo né accettando di farsi ridurre al senso comune.

Come l’eroina, l’analista s’allontana dai fenomeni di massa, ha sempre una riserva nei confronti di essi, inclusi quelli politici, senza farsi costringere a indietreggiare davanti al proprio “desiderio”. Senza costituire un mito, anche questa è una tragedia, e una metafora dei diritti del singolo contro la massificazione, ieri dei totalitarismi, poi del capitalismo, in seguito della globalizzazione, oggi del consumismo, domani… chi lo sa? 

È questo, allora, lo stile di vita, e di pensiero, promosso dalla psicanalisi?

“… there is method in’t”

Forse, lo “stile di vita” e del pensiero analitico non è paragonabile ad altri stili che potrebbero eccedere nel manierismo, pur fornendo un’etica, o soltanto un metodo (“Though this be madness, yet there is method in’t.”, come dice Polonio a proposito del comportamento di Amleto). E senza rivelare niente della propria personalità, Lacan presentava l’École freudienne de Paris come: «… qualcosa dove si deve formare uno stile di vita».

Un Peripatetismo?

Il riferimento andava, un po’ troppo pretenziosamente, alle Scuole del lontano passato classico, la pitagorica, la peripatetica, stoica ed epicurea, a quei gruppi coagulatesi attorno a un maestro o a un pensatore, e che a loro somiglianza si sviluppavano in uno stile di vita specifico. Con la modernità, ai nostri tempi, o un domani, questo sarà ancora possibile senza un’opportuna, continua, spinta all’invenzione, al trucco, all’escamotage?

Di un maestro, di un pensatore, si tendono a riprodurre vite “immaginarie”, a seconda del transfert, e anche coloro che hanno un transfert molto positivo, l’ingigantiscono a dismisura, per farlo diventare un personaggio, in ogni caso sproporzionato, e di conseguenza: o controverso o poco credibile.

L’oggetto “piccolo a”

Subito dopo l’esaltazione del ruolo dell’analista come protagonista tragico, Lacan declassava il luogo dell’analisi in quanto quello dell’oggetto piccolo a”, che di eroico non possiede nulla, trattandosi d’uno scarto; un frammento perduto, ma nello stesso tempo che, resistendo all’addomesticamento pulsionale, orienta fatalmente il desiderio maschile, facendolo dominare dal fallo e, nell’improntarlo sull’avere, lo lascia circoscritto, e chiuso sull’oggetto medesimo. 

Un’Escroquerie

Nell’ultimo insegnamento, Lacan pare distruggere, e con “metodo”, ciò che aveva costruito, anticipando tutte le crescenti critiche che si sarebbero affollate attorno alla psicoanalisi, fino all’estrema definizione di “escroquerie”, “truffa” …  e così facendo riusciva a tappare la bocca anche ai più malevoli. Ma ciò che Lacan ha detto “dopo” non annulla affatto ciò che ha detto “prima”. E l’ultimissimo insegnamento di Lacan non elimina il resto, né il suo valore o la sua importanza; lo stesso vale per quell’oggetto “piccolo a”, che non ha niente di eroico ed è da considerare uno scarto; in ogni caso bisogna assolutamente continuare a studiarlo. 

Da analizzanti ad analisti

E che dire dell’assioma: “Lo psicoanalista si autorizza soltanto da sé”? O della pratica del voto “preferenziale”, evitando di scegliere in maniera binaria tra un sì e un no, ma dando un’immediata preferenza in primo luogo, poi a ciò che si preferisce in secondo luogo… e in terzo luogo? Aggiungendo, infine, per ammutolire tutti: «La passe [questo passaggio da analizzanti a psicanalisti] è un fallimento»!

Certo è che la formazione lacaniana degli analisti è meno formalista, ma non meno esigente. Anche il percorso formativo non sembra definito a priori, bensì mobile, aperto a un’arte d’arrangiarsi che lascia spazio alla contingenza e continua a mantenere aperta la questione cruciale su che cos’è un analista. 

L’analista t(-r-)uffatore

Un t(-r-)uffatore che s’immerge nella mota, e nuota senza seguire una scia, ma facendo affidamento su alcuni punti di riferimento che lo orientino come dei fari sbrilluccicanti? 

Di fronte al disagio/infelicità della civilizzazione e della società, la Scuola (di psicanalisi, in specie, e quella dei vari ordini e gradi, in generale), la cultura, la formazione potrebbero costituire un rifugio, se non una soluzione capace di sovvertire delle identificazioni; dunque, un trattamento non solo alla segregazione che tendiamo a collocare al di fuori di noi, ma anche a quella che ci attraversa e ci lacera, intimamente.

Se ci chiediamo in che direzione vada il mondo, non possiamo non riconoscere che tale direzione sia quella dei grandi insiemi, il cui numero s’è di fatto tuttavia ristretto a tre. Dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti non hanno fatto altro che aggregare, o meglio accumulare, nazioni in ogni dove, compromettendo persino le difficili identità e unità europee. Dopo aver perso l’estensione dell’URSS, dei tempi della guerra fredda, la Russia ha dato ampi e inequivocabili segnali di voler rispristinare il suo ruolo di grande potenza intercontinentale, non più rivolta solo a occidente; la Cina non ha bisogno di dimostrare nulla avendo già la quarta parte della popolazione mondiale. 

Psicologia delle masse

Non c’è da meravigliarsi che, nella misura in cui lieviti un processo di unificazione, di omogeneizzazione, di globalizzazione, a esso si andrà contrapponendo contemporaneamente una spinta a delle tendenze segregative. Si tratta d’una prevedibile reazione, della quale bisogna semplicemente prendere atto come di qualcosa di naturale quasi, da dedurre logicamente, anche per una psicoanalisi che non aspiri ad avere incidenze in campo politico, semmai considerazioni da fare, teorie da sviluppare; e Freud le ha fatte, nella sua “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (Massenpsychologie und Ich-Analyse). 

Allora, l’intervento “diretto” non appartiene alla tradizione analitica, che raccomanda la riserva, il silenzio, il “non dire” inerente a certe domande?

L’analizzante analizzato

Non ha valenza politica che l’analista richieda analizzanti che supponga del suo stesso orientamento politico o sessuale, fino ad arrivare all’estremo che siano gay gli analisti che analizzano pazienti gay, ed etero gli etero, e questi che desiderano analisti gay, alcuni almeno, si trasformino essi stessi in analisti, in una specie di confusione di corrispondenze e di squadre? 

E lo stesso accada tra coloro i quali esplicitino orientamenti politici di destra o, più di frequente, di sinistra; e i gay preferiscano magari questi ultimi, avendo in antipatia gli altri? 

Lo stesso ragionamento potrebbe proseguire con altri esempi, all’infinito.

E, allora, pur non appartenendo alla tradizione analitica, affinché si verifichi un intervento “diretto” in ambito politico dev’esserci un’incidenza, una forzatura, una volontà di farlo?

Lascia fare…

A un notaio del Québec, tal Marcel Gilbert, s’attribuisce una frase che piaceva tanto a Lacan: «Rien n’est impossible à l’homme, ce qu’il ne peut faire, il le laisse» (Niente è impossibile all’uomo. Quello che non può fare lo lascia). Verrebbe spontaneo completarla con un “lo lascia… fare ad altri”, perché la drammaticità si può stemperare solo nell’ironia, come quando nel teatro greco antico alla tragedia si faceva seguire la farsa. 

È l’umorismo che Lacan espresse nel ’68, avvertendo: «Fate attenzione che il contestatore non si faccia cioccolato lui stesso». Maggiore efficacia l’opzione binaria: se non sei tra gli invitati a quel pranzo di gala, che (non) è la rivoluzione, rischi di stare sul menù. In politica, ancor più incisivo era stato naturalmente un addetto ai lavori, Pietro Nenni, con la celebre: “Attenzione a fare i puri, c’è sempre qualcuno più puro che ti epura”. 

L’ironia

L’ironia è ciò che ci resta, e non è detto che non sia in grado di risolvere dei problemi spiccioli; difficilmente però potrà impedire il corso della storia. Anche se alcuni attribuiscono a Lacan – e ad altri intellettuali – il merito di non aver alimentato in Francia quel terrorismo di sinistra che c’è stato invece in Italia, in Germania, e per certi versi anche in Irlanda o nei Paesi Baschi; è estremamente difficile fare parallelismi, ma il dialogo tra una psicanalisi ironica e una gioventù ribelle sembra che alla fin fine sia stato fruttuoso.

«Ridere dei propri difetti, – scrive Eva Gerace in “La psicanalisi e la sua causa nel tempo del non ascolto” (Città del Sole edizioni, Reggio C. 2022) – l’umore è un andare più in là del padre. Dal padre idealizzato al padre del finale dell’analisi c’è un accrescere dello humor. La sovversione dell’umore dà la possibilità di dire ancora… Nell’umore c’è un’inversione, è un sapere a frammenti, è un resto. Del resistente all’impossibile. L’amore, l’umore, la simpatia possono produrre un effetto terapeutico, soprattutto difronte all’insistenza del moi o del super io. Cosa vela il non rapporto sessuale? L’amore. E, perché lo cerchiamo appassionatamente? Perché è quello che ci permette di coprire questo impossibile […] Ultima paziente di Freud, uscita dalla sottomissione paterna, giornalista: – ‘Cosa le ha detto Freud?’ – Mi ascoltò.».

“Susanna e i vecchioni” 

L’illustrazione di copertina ci introduce al mistero del “corpo parlante”. La protagonista della “Susanna e i vecchioni” (1610), di Artemisia Gentileschi, volge il suo capo verso sinistra e alza le braccia dalla parte opposta per proteggersi, con il palmo aperto delle mani, dallo sguardo insidioso di almeno uno dei due uomini che la sovrastano. 

L’episodio biblico è solo un pretesto per non nascondere un nudo femminile fine a se stesso? Così, il racconto moraleggiante della resistenza della giovane al ricatto al quale venne sottoposta cede la scena a dei risvolti erotici intergenerazionali? 

Lo stupro o il matrimonio mancato? 

Per l’autrice del dipinto è molto importante il riferimento alla sua personale vicenda biografica di vittima di violenza da parte del collega di suo padre Agostino Tassi, detto «lo smargiasso», che la giovane ebbe il coraggio di denunciare, affrontando un lungo e umiliante processo. Ciò fa supporre ovviamente una retrodatazione dell’opera all’anno precedente l’accaduto, avvalorata dalla volontà paterna di esaltare l’abilità artistica della giovane figlia, “aiutata” almeno in quel particolare dell’incrinatura del gradino di destra. 

Carracci e Caravaggio

Le influenze da parte di Annibale Carracci si colgono nel virtuosistico avvitamento su se stesso del tronco, tipico di molte figure femminili manieriste, mentre la parte centrale del busto appare più naturalistica, come in Caravaggio. In una composizione piramidale di forte espressività, la massa scura della maschia vecchiezza, in forma triangolare con apice in alto, opprime la giovane nudità indifesa che sembra reagire con spontanea sensazione claustrofobica nella serpentina che anima una rigidità ortogonale.

La “Cause freudienne”?  

All’epoca il padre Orazio, poco meno che cinquantenne, lavorava col trentenne Tassi alla realizzazione della loggetta della sala del Casino delle Muse a Palazzo Pallavicino Rospigliosi. Per cui, l’uomo con i capelli scuri, troppo giovane per essere definito “vecchione”, potrebbe essere identificato proprio con il violentatore, Agostino Tassi, mentre l’altro che prova a zittirla non sarebbe altri che il padre, il quale in effetti tacque sull’incresciosa vicenda, almeno in un primo tempo, e cominciò a preoccuparsi solo quando il collega non impalmò Artemisia. Ma ciò che sembra più evidente in quest’insieme è l’assenza d’ogni tentativo sinceramente seduttivo, anzi una vera e propria negazione della seduzione, elemento imprescindibile dell’erotismo. Manca il linguaggio della manifestazione sessuale… E pure la “Cause freudienne”? 

«Gewisse Unzulänglichkeiten unserer psychischen Leistungen und gewisse absichtslos erscheinende Verrichtungen erweisen sich, wenn man das Verfahren der psychoanalytischen Untersuchung auf sie anwendet, als wohlmotiviert und durch dem Bewußtsein unbekannte Motive determiniert.» (Certe inadeguatezze delle nostre prestazioni psichiche e certe esecuzioni apparentemente non intenzionali, una volta applicato il procedimento dell’indagine psicanalitica, si dimostrano ben motivate e determinate da motivazioni ignote alla coscienza – Zur Psychopathologie des Alltagslebens, “Psicopatologia della vita quotidiana”, 1901).

Michelangelo

La storica dell’arte statunitense Mary DuBose Garrard (Artemisia Gentileschi: The Image of the Female Hero in Italian Baroque Art, 1989) ha notato la somiglianza dell’atteggiamento di Susanna con quella posa speculare dell’Adamo michelangiolesco, – della Cacciata dal Paradiso terrestre, nella volta della Cappella Sistina, – indirizzata all’eterno Padre che inspiegabilmente allontana ed espelle la sua creatura, rifiutando a essa quella “bene-dizione” invocata nelle preghiere che iniziano proprio  con “In nome del Padre…”, non con un semplice: Padre; e questo perché tale chiamata è indirizzata a un’assenza, un vuoto, un silenzio che necessita d’una parola detta “bene” (e d’una presenza che ascolti). 

Deleuze G. et Guattari F. L’Anti-Œdipe, Minuit, Paris 1972

DuBose Garrard M. Artemisia Gentileschi: The Image of the Female Hero in Italian Baroque Art, Princeton University Press, Princeton 1989

Gerace E. (a cura di) La psicanalisi e la sua causa nel tempo del non ascolto, Città del Sole edizioni, Reggio Calabria 2022

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