Fatica senza fatica: il 14 e il 15 marzo tutti al Vittoriale degli Italiani!
Sabato 14 dalle ore 16.00 e domenica 15 marzo dalle ore 11.00, il Vittoriale degli...

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Taccuini e appunti di Henry James
«Me ne sto qui a scribacchiare nella camera da letto di un hotel di Boston – su un tavolino col ripiano di marmo! – e in preda a una crudele nostalgia – una nostalgia che mi fa guardare al giorno in cui tornerò a scorgere le bianche scogliere della vecchia Inghilterra attraverso la loro nebbia connaturata, come a uno dei giorni più felici della mia esistenza!» scrive Henry James il 25 novembre del 1881. Ormai non poteva succedere più nulla. Taccuini (a cura di Francis Otto Matthiessen e Kenneth Ballard Murdock, Edizione italiana a cura di Ottavio fatica, Adelphi, Milano, 2026) raccoglie abbozzi, soggetti, temi, aneddoti, episodi, situazioni, piste, casi, bozzetti, ritratti, spunti; «questi piccoli fantasmi di motivi volitanti nell’aria» che James trasformerà, col tempo, in racconti e romanzi. Come? Dal momento nel quale l’autore ha 35 anni (1881) a cinque anni prima della sua scomparsa (1911), tutti questi movimenti di voce (raccolti insieme a suggestioni letterarie o, anche, di altro tipo) andranno a costituire quel patrimonio di «nomi» che daranno alla sua penna l’occasione per un excursus letterario fra «le bianche scogliere» (l’Europa) e la constatazione che «le strade di New Jork sono fatali per l’immaginazione» (ll Nuovo Mondo). Certo, i luoghi sono importanti anche per uno scrittore che si occupa prevalentemente di rapporti personali. Certo, i rapporti personali sono importanti per uno scrittore di racconti dal respiro internazionale o di fantasmi, o di pieces teatrali. Certo, le pieces teatrali sono importanti per tirare la carretta. Certo la carretta è importante per uno scrittore alto-borghese che si occupa di faccende alto-borghesi in uno stile dalla prosa elegante e complessa; nato quattro anni prima del Manifesto del Partito Comunista (e, cioè, nel secolo caratterizzato dai nazionalismi e dall’emergere del problema sociale) Henry James, col suo gilet e la sua bombetta, traspone sulla pagina scritta quello che vede, ciò che ha di fronte. Da questi Taccuini emerge la figura di un uomo che rappresenta solo – con un doppio diaframma – qualcosa del tipo: «si tratteggerà la propria epoca solo imperfettamente se non si affronta questo particolare argomento: l’invasione, l’impudenza e la sfrontatezza del giornale e dell’intervistatore, la pubblicità divorante della vita, l’estinzione di qualsiasi criterio tra pubblico e privato». Cioè, un fastidio! Non a caso, scrive che «ho imparato, assai vividamente, che se si prova a lavorare per il teatro, bisogna essere preparati al disgusto, a un profondo e indicibile disgusto». Ne Lo scambio simbolico e la morte, Jean Baudrillard suddivide i simulacri in tre ordini. Quelli dell’epoca in cui vive James sono «segni senza tradizione di casta, che non avranno mai conosciuto le restrizioni di statuto – e che non dovranno quindi più essere contraffatti, perché saranno fin dall’inizio prodotti su una scala gigantesca». Anche Henry James, come la sua epoca, produce simulacri; cioè immagini smaterializzate della realtà. Non abbiamo più a che fare con la realtà – e non perché James non abbia capito il suo secolo -, ma con la costituzione di un asimmetrica gabbia di riflessi, echi, circostanze; situazioni, appunto. «Un uomo ossessionato per tutta la vita, e sempre più, dal terrore che qualcosa gli accadrà: ma che cosa non ne ha idea». Naturalmente, c’è una donna; c’è sempre una donna, nei racconti di Henry James … «Un giorno alla fine chissà come, chissà quando, si trovano faccia a faccia a discuterne, e allora lei parla. “Questa grande cosa, nel terrore e nel presagio della quale avete sempre vissuto – vi è capitata? “. Lui stupito – quando, come, cosa? “Cos’è – ma è il fatto che non è successo nulla!”». Utilizzando, anche, il titolo di questa raccolta: «non poteva succede più nulla» e «non è successo nulla», se ne ha che «ecco cosa avrebbe potuto succedere, mentre ciò che è successo è che non è successo niente». Simulazioni e simulacri, questi Taccuini mantengono la loro promessa. Sono Impressioni di settembre. Flashes che diventeranno opera. «Una genia in mezzo alla quale, l’impressione è questa, una persona che conosca e ami la cosa in sé, l’opera, in pratica è introvabile». Henry James (invece) la ama – e per questo è uno dei grandi. E amandola si accorge (ancora una volta) che c’è una relazione tra i luoghi e le persone e che i luoghi si duplicano, così come fanno le persone. Europa, America, gelosia, invidia, dolore; nuances … In questo senso, anche se «non è successo niente», vale la pena di leggere questi Taccuini. Per quell’oscillazione costante, presente in quasi tutti i grandi autori, tra la vita e l’arte.
