È MORTO MELO FRENI, VIVONO LE OPERE SUE
A casa Freni, a pochi passi dal lungomare di Terme Vigliatore, sulle pareti giaccio istantanee,...

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«Il woke non pone problemi perché è critico, perché promuove uguaglianza, ma perché è troppo poco critico» scrive Carlo Galli su «La Repubblica», in un articolo intitolato «La trappola woke e la sinistra». «L’arma della critica non può sostituire la critica delle armi», a suo tempo, aveva scritto Karl Marx. La «critica delle armi», nel caso della sinistra, non può essere data da furiosi smottamenti semantici, da culture «cancellate» perché troppo poco politically correct, da «simulazioni e simulacri» (come avrebbe amato dire Jean Baudrillard) sostituiti alle «dure repliche della storia», delle quali parlava Hegel. In definitiva, la sinistra cosiddetta woke ha intrapreso una «critica delle armi» (abbastanza spuntate, peraltro) attraverso delle «armi della critica» a fronte di un sistema internazionale neoliberista, globalizzato, nel quale sono tornate le guerre, il razzismo, la xenofobia e le diseguaglianze continuano a lievitare. Il woke «è troppo poco critico»; ha barattato la sfera sovrastrutturale con quella strutturale, lasciando del tutto inalterati i problemi. Se io ho una disposizione (o una capacità) che (per una certa forza di cose) non posso esercitare, non per questo io ho perduto la mia disposizione (o capacità). Ma se io posso esercitare una qualsiasi qualità politica non possedendo una disposizione (o una capacità) per farlo: non per questo io acquisto quella disposizione (o capacità). E’ stato questo l’errore del woke declinato a sinistra. Ovvero: non ricordare che disposizioni e capacità sono quel fondamento strutturale che non può essere leso da alcuno smottamento semantico. E che se esercito «la critica delle armi» alla maniera di Donald Trump o Benjamin Netanyahu, non per tale ragione ho intrapreso una qualche forma di politica democratica o, al più, comprensibile. E la sinistra? Costruire, oggi, l’alternativa non vuole certo dire abbandonarsi a veementi battaglie semantiche. Un conto sono i fatti, un conto sono le interpretazioni! Per cui, la sinistra deve al più presto dimenticare la nota sentenza di Friedrich Nietzsche che «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni» e tornare, per una volta almeno, a essere realista. Il neoliberismo è un fatto. Il lavoro (mobile, flessibile e precario) è un altro fatto. Le grandi diseguaglianze, che solcano il Pianeta, sono fatti. Il lavoro povero è un altro fatto. Sei milioni di italiani che vivono in stato di povertà assoluta è un fatto. Altrettanti nostri connazionali, che hanno deciso volontariamente di rinunciare alle cure, costituiscono un fatto. Il woke, in definitiva, costituisce l’insieme di quelle «armi della critica» che lasciano il tempo che trovano, in un duplice senso. Se c’è il sole continua a esserci il sole, e se piove continua a piovere. Ma, anche, non si risolve il problema; tutt’al più lo si disloca su altre sfere niente affatto pertinenti. Gli smottamenti semantici non eliminano la frana; chiamano i soccorsi, sollevano il problema delle frane, criticano la Protezione Civile. «La critica delle armi» non è certamente quella della lotta armata o del fare la guerra. E’, invece, l’affondo strutturale. A forza di interpetrare e interpetrare «L’infinito» di Leopardi, ci siamo dimenticati che era una poesia.
