È MORTO MELO FRENI, VIVONO LE OPERE SUE
A casa Freni, a pochi passi dal lungomare di Terme Vigliatore, sulle pareti giaccio istantanee,...

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«La necessità della politica moderna (,,,), è fortemente (ma non esclusivamente) spostata verso l’arche, e ha tre emblemi: la sovranità costruita dal basso, la rivoluzione, la decisione sull’eccezione, corrispondenti (…) alle tre modalità del pensiero moderno – costruttivo, dialettico, negativo». Carlo Galli, in questo suo importante Necessità della politica (Raffaello Cortina, Milano, 2026) utilizza la «storia» come una vera e propria arma da fuoco. E fa brillare i propri proiettili sulle grandi architetture politiche che hanno costellato il passato (e il presente) della nostra civiltà. Certo, non esiste solo quell’archè che dona significato all’agire politico; c’è anche il kratos, «”potere” che prevale su altri poteri e che trova la propria reale e concreta capacità di comando nel fronteggiare altre forze». Variamente alternandosi, durante la storia del pensiero politico (e la concreta prassi d’azione), arche e kratos istituiscono quella necessità che è sempre «ciò che non può non essere o che non può essere». L’impossibile, si sa, è anche necessario (il probabile, invece, non lo è mai). La Necessità della politica, per Galli, è dunque un autentico mantra. Dalla prima speculazione antica, basata sulla trascendenza, alle riflessioni immanentiste (Machiavelli e Spinoza, per esempio), a quell’umanità (tenuta sempre ferma da Aristotele) alla modernità, il filosofo di Modena traccia un percorso/diagramma all’insegna dell’indispensabilità e della ineluttabilità della politica. Ma cosa ha voluto dire, nella storia, aver avuto sempre a che fare con questo elemento/fattore intrascendibile? Perché la politica è sempre stata necessaria? Se anche l’impolitico e l’antipolitica sono una forma di politica, che senso possono avere la ribellione, la rivolta e/o la rivoluzione? Carlo Galli ci tiene subito a precisare che, nella realtà, «la politica si manifesta sempre contemporaneamente (…) tanto come potere quanto come sforzo (…) intellettuale e pratico, di istituire, di dargli un senso, o di negarglielo». Evidentemente, è nella teoria politica che ideale e reale divergono, o, per usare un’espressione molto felice dello stesso Galli: generano una «frizione». Arche vuole dire «potere che dà inizio e che dispone, che è un origine definita, una direzione e un significato determinato e tendenzialmente unitari». Ma tutto ciò si incontra-scontra col fatto che «chi fa politica è di fatto costretto a praticare troppo spesso l’eccezione, deve avere a che fare con la contingenza, e deve quindi, per dirla con Machiavelli, “entrare nel male”». Nella modernità si è «entrati nel male» o tentando di costruire artifici concettuali utili a mantenere l’ordine e la pace tra i popoli, o cercando di togliere «l’ultima contraddizione della modernità» (è il caso di Karl Marx), cioè «la distanza tra l’ideale e il reale», oppure, infine, non uscendo affatto dal «negativo»: per Carl Schmitt «la necessità del “politico” è (…) la contingenza, o l’eccezione (…) in quanto costitutiva della politica stessa». E oggi? Dopo aver analizzato in maniera davvero brillante cosa è accaduto in questi primi venticinque anni del XXI secolo, Carlo Galli si sbilancia in una profezia; oggi, «circola anche energia politica». Un «energia» che andrebbe canalizzata e orientata verso quella «volontà di uscire dal privato» che caratterizza fino in fondo «ciò che resta della politica».
