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QUELLO CHE IL DESTINO CI PREPARA

Massimo Cacciari & Roberto Esposito

«Cerchiamo di essere pronti ad affrontare quello che il destino ci prepara». Massimo Cacciari e Roberto Esposito, in questo loro Kaos – è proprio il caso di dirlo – edito dal Mulino (Bologna, 2026) – affrontano i temi della contemporaneità da una prospettiva tragica. Se, nella Poetica, lo Stagirita dichiarava che «tragedia dunque è mimèsi di un’azione seria e compiuta in se stessa, con una certa estensione; in un linguaggio abbellito di varie specie di abbellimenti, ma ciascuno a suo luogo nelle parti diverse; in forma drammatica e non narrativa; la quale, mediante una serie di casi che suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni», per Cacciari ed Esposito essa è una serie di «contraddizioni» o una «congiunzione» di possibile e impossibile. «Quello che il destino ci prepara» è che dal «chaos», in cui siamo immersi, possano nascere dei «possibili» dei quali tocca sondare il «limite». L’impossibile non può esistere ma può essere fatto oggetto di ricerca, di rincorsa oltre che di «anelito». L’impossibile è «il punto estremo del possibile». Tale ricerca, già per sua stessa definizione, aporetica, a parte che costituire la «mente tragica» ci conduce, con Cacciari, a una riflessione: «lo Stato non può cessare di valere come territorio determinato (…) e tuttavia dal proprio confine la sua potenza deve sempre cercare di eccedere, pena l’jndebolirsi della sua stessa sovranità all’interno». In sostanza, esiste una dialettica tra Stati, spazi, territori, contrade, lo Spazio (cosmico), la politica, il Politico, il fatto che «la terra, per farsi spazio politico, richiede una legge che la determini», la geopolitica, la filosofia politica, il «chaos» e l’ordine, all’interno di un tempo (il nostro), fatto di «cedimenti, disorientamenti, tradimenti», ovvero di «attriti ideologici, spinte egemoniche, vortici conflittuali». La «mente tragica» è quella più adatta per indagare una «provazione». Povero di contenuto, il Vuoto attuale si apre ai possibili che possono indicare, pure, una soluzione, o nessuna soluzione.  «Io sono tra color che son sospesi», in questo limbo postmoderno sembrano riecheggiare le parole di Virgilio a Dante. Tragedia è il «luogo» in cui i conflitti non sono risolti, e in cui sono irresolubili. «Il fine di questa creazione altamente poetica è la rappresentazione della parte terribile della vita, che ci vengano qui presentati il dolore senza nome, lo strazio dell’umanità, il trionfo della cattiveria, lo schernevole dominio del caso» afferma, della tragedia, Arthur Schopenhauer. Lo «schernevole dominio del caso» – nella contingenza – ci ricorda che «relazioni, armonie, così come contraddizioni e confusioni nascono dal chaos». E che occorre sempre «esporsi all’urto del negativo, ma anche sostenerlo». Ci troviamo di fronte a spazio-tempi ora territorializzati ora deterritorializzati. A spinte centrifughe e centripete. A luoghi, spazi e contrade che fanno «attrito» con processi di globalizzazione e finanziarizzazione. «Neanche la tecnica – l’ultima, e più invasiva, potenza universalistica – riesce a giocare un ruolo neutralizzante rispetto a poteri terzi cui appare al contempo sovraordinata e subordinata». E Massimo Cacciari, di rimando, «qui sta l’origine del perenne stato di eccezione in cui si svolge la vita contemporanea: nella contraddizione tra la perdurante potenza politica di spazi “contenuti” rispetto alla potenza universale dei fattori di globalizzazione. Ritenere, tuttavia, in base alla razionalizzazione tecnico-economica, “estrapolando” dalla sua dinamica passata, che l’attuale disordine globale possa risolversi soltanto in una forma di Weltstaat amministrato secondo procedure “economiche” è soltanto indice di quella inevitabile tendenza del nostro animo a pensare che la via d’uscita più probabile dai salti d’epoca sia quella che ci appare più “logica”». «Chaos», dunque … L’impossibile è «mistero», «segreto», «punto cieco», «linea d’ombra». Ma «il Vuoto apre a infiniti possibili».     

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