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Saverio Gangemi vince il Premio Demetra 2026 con “Calùra”, allegoria rovente del nostro presente

«Finalista alla XXXVII edizione del Premio Italo Calvino e insignito della Menzione speciale della Giuria, che lo ha definito “una versione originale di climate fiction dai tratti allegorici, sostenuta da un’invenzione linguistica capace di fondere registro colto, elementi dialettali e parole dismesse”. Ambientato in un paese senza nome e fuori dal tempo, Calùra racconta l’avanzare di una calura improvvisa e innaturale che prosciuga la terra e inchioda gli abitanti a un’attesa immobile, all’ombra di un unico albero rimasto in vita. Più che la catastrofe, mette in scena una deriva lenta e silenziosa, trasformando il paesaggio in una potente metafora del presente»

È con questa motivazione che il romanzo “Calùra” di Saverio Gangemi, edito da Rubbettino nella prestigiosa collana Velvet ha vinto la sezione Narrativa del premio Demetra 2026 per la letteratura ambientale, promosso da Comieco. I vincitori sono stati proclamati il 18 giugno nell’ambito del Festival Salerno Letteratura.

«Calùra – ha commentato Saverio Gangemi – è una perfetta allegoria dell’altissima febbre morale del nostro oggi in cui si confrontano due mondi: da un lato c’è l’universo contadino, dove la famiglia era punto di riferimento e valore fondamentale e dove le persone vivevano di una fede incrollabile in un Dio di cui avevano timore, dove sopravvivevano valori come il rispetto, l’amicizia, l’amore… dall’altro c’è un mondo impazzito in cui i giovani hanno paura di un futuro fatto di incognite e incertezze, in cui non ci sono più punti di riferimento (famiglia, scuola, chiesa), un mondo in cui la tecnologia pervasiva fa sì che i giovani si chiudano sempre di più. A rendere tutto più incerto, più nebuloso è proprio il cambiamento climatico, che dissolve le certezze e aumenta le paure. Non è un destino ineluttabile, ma dobbiamo operare oggi se vogliamo correggerne l’esito».

Una delle caratteristiche che colpisce di più il lettore di Calùra è senza dubbio la lingua, un pastiche in bilico tra arcaismo e sperimentalismo che lo stesso Gangemi ha descritto così:

«Sebbene appartenga a una generazione moderna che dovrebbe ormai essere estranea alle tradizione orale e ai racconti dei nonni attorno al braciere, mi sento di dire che sono continuità con quel mondo antico. Mio nonno raccontava di continuo le sue storie, l’ho persino registrato pur di non disperdere la memoria di quel tempo. E la tradizione orale mi ha condotto al desiderio di non far morire, di perpetuare anzi, il dialetto. Il romanzo non usa espressioni dialettali ma solo parole singole, molto poche in verità. La struttura è però dialettale, nel senso che italianizzo il nostro dialetto, in qualche misura do dignità di lingua al dialetto, riporto nel linguaggio del racconto il linguaggio che usiamo in famiglia e che usavano i nonni, metto sulla carta un modo di parlare che ci appartiene».

Benché sia stato definito da più parti come una “climate fiction”, Calùra non facilmente inquadrabile in un genere letterario definito.

«Se mi chiedete quale sia il genere letterario di Calùra – ha commentato sempre Gangemi – la mia risposta è: ‘non lo so con certezza e mi affido alla sensibilità dei lettori’. Nelle recensioni si è parlato di genere ‘catastrofico’ ma non mi convince molto, perché la catastrofe fa pensare a un evento naturale, a un’esagerazione della natura, ma qui l’evento non è naturale, è piuttosto un inspiegabile, certamente innaturale e misterioso, che non appartiene né all’armonia né ai capricci della natura. Non trovo molto calzante nemmeno la definizione di ‘climate fiction’ perché nel libro non è il clima che si incattivisce; è il sole che gioca il brutto scherzo di mutarsi e bruciare quanto dieci soli. Si è parlato di ‘realismo magico’ e in effetti qualche attinenza c’è, nel senso che si verificano eventi inspiegabili dalla scienza: il sole che uccide per quanto brucia, la volta celeste che si abbassa da parere che voglia schiacciare la terra, un albero che resiste a dispetto di tutto, un uomo che muore appoggiato al tronco di una quercia e resta intatto, e tant’altro… magia, quindi, ma nel contempo realtà: nei comportamenti umani, tragicamente umani, di coloro che cercano di sopravvivere adottando rimedi concreti, reali. Ecco, se dovessi scegliere forse combinerei le tre definizioni insieme ma, a dirla tutta, è davvero così importante?»

Calùra non è un racconto disperato che indulge al disfattismo. Sì, il mondo è messo in pericolo da questo solo rovente, eppure c’è ancora possibilità di salvezza. Un albero, che con una punta di ironia si chiama “L’albero della merda”, offre un’ancora di salvezza agli abitanti del villaggio:

«L’albero – spiega ancora Gangemi – è metafora di vita che resiste al soprannaturale e nello stesso tempo metafora di un nuovo inizio, di una ripartenza, forse con altri ad abitare e dominare la terra e con la competenza che passa di mano, a un altro Dio. All’inizio è considerato un albero malefico, perché sconosciuto, sorto dal nulla, gigantesco e sempreverde, l’unico che sopravvive alla calura, malefico perché compare in corrispondenza della peste prima e del flagello del sole dopo, come se avesse avuto parte nelle disgrazie. A posta chiedono a Lanczo di abbatterlo. Al rifiuto di Lanczo, gli altri personaggi osservano che è un albero inutile e maledetto e gli chiedono cosa produca di così prezioso da non volerlo tagliare. Lanczo allarga le braccia, in quel momento gli cade sulla mano la cacca di un uccello esotico e risponde “cacca”, Per questo sarà chiamato l’albero della merda. Ed è il titolo che io volevo dare al romanzo, perché è l’albero il protagonista principale, ma non era possibile, perché non sarebbe stato accettato».

La trama del romanzo

Calùra è un romanzo che racconta un paesaggio estremo, ma che nel farlo compone metaforicamente il ritratto del nostro presente: un mondo sempre più caldo, in cui i confini tra ciò che è vivo e ciò che è esaurito diventano confusi, anche sul piano sociale e interiore. In questo senso, il clima descritto da Gangemi non è soltanto una condizione fisica, ma una lente che svela un’umanità che resiste e che si consuma, sospesa tra ciò che è finito e ciò che potrebbe ancora cominciare.

In un paese senza nome, la vita sembra spegnersi lentamente. Una calura repentina e innaturale si abbatte sulla terra e devasta ogni equilibrio: le piante si accartocciano, gli animali scompaiono, l’aria si ferma. Gli abitanti cercano riparo all’ombra di un albero che resiste, unico segno di vita in un mondo che si sta prosciugando. Si apre così un tempo di attesa, fatto di giornate tutte uguali, di piccoli gesti ripetuti e di un silenzio che pesa anche sulle parole.

La lingua di Gangemi restituisce in pieno questa tensione: è solida, scandita, insieme vicina al respiro orale e capace di altezze liriche improvvise. Il registro si muove tra italiano letterario, parole smarrite e frammenti dialettali che radicano il testo in una terra arcaica, senza però limitarlo: la voce narrante è ferma, precisa, a tratti spigolosa, eppure capace di aprire fenditure di luce nel paesaggio secco che domina il romanzo. Il ritmo segue il passo della calura: lento, esasperato, come l’attesa che logora i personaggi scena dopo scena.

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