Menomale che Giuseppe c’è
È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

È sufficiente un pizzico di reale, concreta chiarezza per far comprendere all’ignaro cittadino quanto sia...

Sperare il possibile è, forse, una diminuzione del potere della speranza? Vito Mancuso in questo suo Destinazione speranza (Garzanti, Milano, 2024) risponde decisamente di no. Perché? Perché esiste il «metodo Kant». Per il filosofo di Königsberg, ma anche per Emmanuel Lévinas ed Ernst Bloch: l’etica viene prima dell’ontologia. E se, questo primato, Lévinas lo configura come responsabilità verso l’Altro e Bloch come frutto di un interconnessione tra il non-ancora-cosciente e il non-ancora-divenuto, per Immanuel Kant, invece «l’etica (…) non viene dopo, come applicazione pratica della filosofia teoretica o della teologia; l’etica viene prima, è il luogo originario dove nasce l’umano nell’uomo, e la filosofia nella sua essenza peculiare non è altro che questo: riconoscimento e custodia dell’umano nell’uomo». Vito Mancuso, in questo senso, scorge in Kant il faro capace di illuminare tutte le contraddizioni delnostro presente. «No, non esiste un senso oggettivo della natura, esiste solo il caso; non esiste un senso oggettivo della storia, esiste solo la forza; non esiste un canone etico, esistono solo convenienze e convenzioni; non esiste un canone estetico, esiste solo la sfilata di gusti e piaceri individuali»: oggi, butta così! L’equazione kantiana che dovrebbe intervenire a questo punto è presto detta. Alla mancanza di significato occorre contrapporre una visione d’insieme; un senso. Questo senso dovrebbe essere quello che dovrebbe far scaturire una nuova moralità. «Si ha moralità (…) quando si ha ben chiaro il significato dell’esistenza». Tale moralità è il pieno esercizio della nostra libertà. Inoltre, «un essere umano è dunque compiutamente libero quando è consapevole, creativo e responsabile». Per cui, dalla prassi (dal mio comportamento) si deduce la mia libertà. Cioè, dal basso – non dall’alto – in definitiva. Nella Critica della ragion pratica (in Critica della ragion pratica e altri scritti morali, A cura di Piero Chiodi, UTET, Torino, 2006, p. 313), Kant scrisse: «La legge morale mi rivela una vita indipendente dalla animalità e anche da tutto il mondo sensibile». «Il che significa che un essere umano onora la sua natura umana se aspira a incrementare la conoscenza, se agisce rettamente e se coltiva la speranza». Rispetto alla domanda dalla quale eravamo partiti abbiamo, perciò, adesso le idee molto più chiare. La speranza, infatti «designa un globale investimento di energia emotiva positiva sulla vita nel suo insieme». In quanto emozione, la speranza media tra una «situazione» della vita (nella quale mi sono cacciato) e il «valore» che io stesso attribuisco a questa determinata «situazione». In quanto virtù teologale, invece, ha in sé qualcosa di soprannaturale. Tra umano e divino (non dimenticando i due miti greci di Pandora e Prometeo, molto opportunamente citati dall’autore), la speranza si pone, nell’ottica kantiana, come «lecita», e cioè possibile. Anche oggi, nel nostro mondo che «assegna senza tentennamenti la vittoria a Nietzsche, essendo il tempo dell’io e della sua volontà di potenza». Ma una speranza possibile è anche una possibile speranza (cioè, determinata)? Vito Mancuso risponde ancora una volta di sì. La libertà è la nostra essenza. La libertà è quella cosa della quale te ne accorgi quando non ce l’hai (per questo, come dice lo stesso Mancuso, essa produce i suoi «effetti» su di noi tutti). La libertà «rimane un’idea metafisica, di cui non è possibile avere dati oggettivi» ma è pur sempre «un’idea della ragione», la quale ogni momento predica l’«esercizio di quella liberazione dagli stimoli esterni e dalle necessità interne». In questa direzione – «da un lato siamo necessitati, dall’altro siamo liberi» – la libertà (che da qualche parte esiste), può fondare – «in quanto divenuta capace di agire solo in vista del bene » – una speranza che ha per contenuti: Dio e la vita futura. Tutto ciò, adesso, è possibile sperarlo. Si tratta della stessa situazione nella quale si viene a trovare «L’Angelo della storia» di Walter Benjamin. «C’è un quadro di Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. I suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Là dove davanti a noi appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che ammassa incessantemente macerie su macerie e le scaraventa ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e riconnettere i frantumi. Ma dal paradiso soffia una bufera, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che l’angelo non può più chiuderle. Questa bufera lo spinge inarrestabilmente nel futuro, a cui egli volge le spalle, mentre cresce verso il cielo il cumulo delle macerie davanti a lui» (da Sul concetto di storia in Opere complete. VII. Scritti 1938-1940, A cura di Rolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser, ed, it. a cura di Enrico Ganni, Einaudi, Torino, 2006, p. 487). In che cosa potrà ancora sperare questo «Angelo della storia»? Tutto sembra essere, adesso, compiuto; ed egli è portato «inarrestabilmente» verso il progresso. Eppure… Egli può sperare ancora. Non che la «storia» si fermi, questo no. Ma che quel cumulo di «macerie su macerie» acquisti un qualche significato. La morale è anche questo: «il viso rivolto al passato». Restituire un senso che sia buono anche per i giorni che stiamo vivendo. «E’ necessario alla ragione, nel suo uso teoretico, che ognuno speri fondatamente la felicità nella misura in cui se ne è reso degno con il suo comportamento» (Immanuel Kant, Critica della ragion pura, A cura di Piero Chiodi, UTET, Torino, 2005, p. 609). Di più, Mancuso e Kant non potevano proprio dire.
