Fondazione Corrado Alvaro, il TAR annulla il commissariamento: bocciata la decisione della Prefettura
SAN LUCA – Il Tribunale Amministrativo Regionale della Calabria ha annullato il provvedimento con cui...

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H. E. Bates, «Tripla eco»
«Col vestito rosa, i capelli raccolti in grosse ciocche arrotolate sulla nuca, le spalle semicoperte da uno scialle azzurro, il seno un po’ più prominente del solito, le unghie curatissime con un’ombra di smalto rosa chiaro, Barton sembrava talmente una donna che il terrore in lei si trasformò in un lampo di rabbia e poi si irrigidì in una cupa gelosia». Herbert Ernest Bates (conosciuto meglio come H. E. Bates) in questo suo originalissimo Tripla eco (traduzione di Giovanna Granato, Adelphi, Milano, 2026), imbastisce una situazione, organizza una scena. C’è una giovane donna, tale Alice Charlesworth, che vive in stato di isolamento e solitudine nella campagna inglese. A causa della Seconda Guerra Mondiale, il marito è stato fatto prigioniero dai giapponesi. «Una sera di maggio discese il pendio spingendosi più lontano del solito». Poi, che cosa succede? «Quando tornò in cortile, pronta a rinchiudere le galline per la notte, si accorse tutt’a un tratto di una figura maschile che spariva in direzione del bosco». E’ Barton, un soldato. E’ l’inizio di una frequentazione tra i due, uniti e separati insieme da una «tripla eco»: la guerra, la paura e una condizione esistenziale: «siamo come due persone in cima a un albero. Siamo in trappola. Non possiamo scendere». In realtà, nel corso di questo racconto ci sono delle altre «triple eco». A un certo punto, Alice scorge una lepre; «lei imbracciò il fucile, sparò ed ebbe la certezza di averla colpita al culmine di un balzo. Per sicurezza sparò un altra volta. Subito le eco del primo e del secondo si diffusero nitide nello spazio innevato mobile, sconfinato, e poi, quasi contemporaneamente, dalle colline rimbalzò una terza». «Il rumore degli spari colpì il fianco della collina, rimbalzò e alla fine sembrò creare, come quando aveva sparato alla lepre, una tripla eco». C’è sempre uno sparo, da un fucile scassato. Alice aggredisce per difendersi. Da cosa? La prima eco (la prima ripetizione) è il maschio che Barton è. La seconda eco (la seconda ripetizione dello sparo) è la donna che Barton è diventata dopo aver disertato e a causa della sua diserzione. La terza eco (la terza ripetizione del suono con la variazione dovuta al tempo passato tra l’emissione e la eco) è la diserzione stessa di Barton – mascherata; «volle a tutti i costi che indossasse uno dei suoi maglioni pesanti verdi, un paio di jeans e gli stivali di gomma. Gli fece mettere un foulard in testa e, poi, per essere ancora più pratica, volle a tutti i costi che avesse il seno». Tra lo sparo (mancato) iniziale a «una figura maschile che spariva in direzione del bosco» e lo sparo (effettivo), che chiude il libro, Bates tratteggia una storia di anatema e «sfortuna» dovuta all’uccisione di una «lepre». «Le lepri portano sfortuna. Non mi piacciono le lepri», dice Barton. Una «tripla eco» di quella sfortuna – tre ripetizioni, con variazione temporale, di un unico suono – si abbatterà su Alice e Barton. E non basterà quell’ «ombra di smalto rosa chiaro» sulle unghie di Barton ad attenuare la malasorte. Tripla eco è un racconto speciale. Condensato. Magico e crudele. Attento ai particolari. In qualche maniera, un racconto «unico».
